Nonostante le molteplici sfide dell’ultimo anno, la Cina continua spedita il suo percorso di sviluppo.
È quanto annunciato dalla leadership durante le Due sessioni, la plenaria che dal 5 all’11 marzo ha riunito il parlamento cinese e il massimo organo consultivo per tirare un bilancio dell’anno trascorso e anticipare le priorità per l’anno in corso.
Anche se i conflitti geopolitici si sono acutizzati, e il protezionismo e l’unilateralismo sono aumentati, Pechino non perde l’ottimismo.
Chiuso il 2023 con un tasso di crescita del 5,2%, quest’anno il governo cinese ambisce a circa il 5%.
Quanto serve a creare 12 milioni di posti di lavoro e contenere la disoccupazione al 5,5%.
Numeri a parte, verrà creato un ambiente politico stabile, trasparente e prevedibile per le imprese private e straniere; quelle più colpite dal rallentamento della crescita post-Covid nonché dalle tensioni con l’occidente.
Rassicurazioni tese a bilanciare l’assenza di stimoli vigorosi: le politiche monetarie rimangono flessibili, moderate e precise, mentre il deficit di bilancio scende dal 3,8 al 3%.
Piuttosto, per la quarta volta in 26 anni la Cina emetterà obbligazioni speciali e titoli di Stato speciali a lunghissimo termine: ben 139 miliardi di dollari solo nel 2024.
Ma è su altro che Pechino punta.
Tutto ruota intorno al cosiddetto sviluppo di alta qualità, nuovo mantra che attribuisce meno importanza ai tassi di crescita per consolidare la posizione della Cina nella catena del valore globale.
Ruolo centrale lo assume il settore tecnologico.
Nel 2023 le industrie legate alla transizione energetica (veicoli elettrici, batterie e celle solari) hanno tenuto a regime l’economia.
Con un aumento annuo della spesa fissato al 10% (più del 7,2% della difesa), scienza e tecnologia ci si attende otterranno anche maggiore slancio in futuro.
Soprattutto per compensare le turbolenze del mercato immobiliare.
Onde evitare gli errori del passato il presidente Xi Jinping ha però precisato che sviluppare nuove forze produttive di qualità non equivale a trascurare o abbandonare le industrie tradizionali.
Anzi, è necessario evitare una corsa precipitosa ai progetti così da scongiurare la formazione di bolle industriali.
Secondo il leader, le amministrazioni locali dovranno tenere conto delle risorse e delle condizioni reali per promuovere modelli e fattori di crescita in modo selettivo.
Più facile a dirsi che a farsi.
Il successo dello sviluppo di alta qualità è infatti tutt’altro che scontato.
Il gigante asiatico deve affrontare numerose sfide, tra cui il calo demografico e una popolazione ancora segnata dal Covid e poco incline a spendere.
Con una domanda interna ancora debole, nell’immediato la strategia di Xi dipende in larga parte dai mercati esteri, sempre meno accoglienti.
Il contesto internazionale è insolitamente complesso hanno ammesso i leader cinesi, alludendo al de-risking di Stati Uniti e Ue.
Altri ostacoli sarebbero invece evitabili: il controllo pervasivo del partito comunista sull’economia non solo sovraccarica alcuni settori contrariamente a quanto richiesto dal mercato.
Rischia anche di soffocare la creatività imprenditoriale.
Lo dimostra la contrazione delle big tech cinesi dopo le restrizioni imposte ad Ant Group.
Ora nuovi provvedimenti obbligano ufficialmente il Consiglio di Stato (l’esecutivo cinese) a seguire l’ideologia, la leadership e le istruzioni del partito.
A venire ridimensionata la figura del premier Li Qiang: già marginalizzato nella gestione economica, quest’anno non ha tenuto alcuna conferenza stampa finale per la prima volta dagli anni 90.
Più politica vuol dire meno economia?
Il dubbio c’è.
Impossibile non notare l’importanza crescente della sicurezza, parola che nei documenti ufficiali è in aumento laddove riforme e mercato sono diminuite verticalmente.
Una premessa discutibile per il nuovo sviluppo di alta qualità.








