Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Non solo Tim: ecco perché agli Usa piace la rete | L’intervento di Stefano Mannoni, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze

Vi era un tempo nel quale Henry Kissinger, segretario di Stato Usa, poteva rispondere a un giornalista: “Non ci può essere una crisi la prossima settimana.

La mia agenda è già piena!”.

Un’era geologica fa! Oggi la diplomazia statunitense si prenderebbe un ceffone in piena faccia da Foreign Affairs, rivista notoriamente vicina all’establishment.

Come avete pensato – si domandano – di normalizzare le relazioni tra Israele e il mondo arabo senza affrontare la questione palestinese?

Buon interrogativo, che andrebbe girato a Ursula von der Layen, la quale si appiattisce sulla posizione israeliana senza menzionare nemmeno di striscio la querelle palestinese.

Ma lasciamo stare.

Forse la diplomazia ufficiale si riprenderà e ritroverà un corso più costruttivo.

Sarebbe ora.

Nel frattempo avvertiti accademici mettono in guardia: “Accanto alla diplomazia ufficiale ne esiste una ufficiosa molto più efficace”.

quella di cui parlano Henry Farrell e Abraham Newman in “Underground Empire – How America Weaponized the World Economy”.

Chi di noi apparteneva al ristretto club dei bene informati sa già di cosa parlano.

Gli osservatori più acuti avevano intuito che dietro l’interesse di Kkr per la rete di Tim vi era ben altro di una curiosità speculativa.

Ebbene, avevano ragione.

Da decenni gli Stati Uniti, o piuttosto le sue innumerevoli agenzie, si muovono nella direzione di un controllo sistematico di tutte le infrastrutture.

Siano esse di conoscenza o di approvvigionamento.

Ciò avviene attraverso l’apparentemente innocuo passaggio delle reti internet via il Nord Virginia oppure mediante l’uso della minaccia di sanzioni per chi non appare disposto a condiscendere spontaneamente.

O attraverso la liquidazione di avversari (Huawei) o l’ingresso nei capitali di reti strategiche.

Il risultato è quello di un impero sotterraneo nel quale gli Usa dominano, per esempio, minacciando Taiwan di pesanti conseguenze nel mercato dei semiconduttori se non segue l’indirizzo americano.

Gli autori puntualizzano che questa appropriazione tentacolare non deriva da un grand dessein prestabilito bensì dall’agire indipendente delle svariate istituzioni nordamericane.

Questa confessione non cambia granché dal punto di vista degli europei che si vedono attratti verso questa forza centripeta.

Il Gdpr appare allora come un futile e patetico tentativo di opporre un argine all’attività spionistica del nostro alleato.

Tempo perso.

Attraverso gli hub collocati in North Virginia gli Usa spiano quello che gli pare.

E il discorso non migliora molto girando lo sguardo verso l’approvvigionamento energetico.

Anche lì l’ultima parola è di Washington.

Che conclusioni tirare?

L’Europa ha qualche carta da giocarsi purché abbia consapevolezza dei condizionamenti che gravano su di essa, molto pesanti invero.

Bisognerebbe cominciare forse dal rompere le righe sulla vicenda di Gaza, dove l’assenza di una proposta europea – che non sia quella logora dei due Stati – si faccia sentire.

Smarcandosi dalla pedissequa lamentazione americana di una guerra dell’Islam contro l’Occidente.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.