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Le risorse pubbliche sono finite. E saranno dolori per tutti | Lo scenario

Il pilastro della politica “responsabile e prudente” del piano Giorgetti-Meloni è la costanza di gran parte della spesa pubblica sui valori del 2022. Quasi tutti i comparti della spesa sono destinati a perdere in termini di potere d’acquisto. Con riferimento alla spesa corrente al netto degli interessi, il solo recupero dell’inflazione del 2022 (8,1%) – recupero che non è avvenuto nel corso del 2022, se non in termini di erogazioni una tantum a fronte del caro energia – comporterebbe maggiori stanziamenti per quasi 40 miliardi oltre a quanto già previsto nella legge di bilancio; questo è l’ordine di grandezza dei tagli operati dall’inflazione.

Questa cifra cresce negli anni successivi, tant’è che nel DEF è previsto che il rapporto al Pil della spesa corrente (sempre al netto degli interessi) scenda al 40,8% nel 2026 dal 44,8% del 2022. Malgrado questi tagli, davvero importanti, il debito pubblico scende solo di 4 punti di Pil rispetto al consuntivo 2022. Nel piano del governo, non c’è quindi spazio per nessuna delle richieste dei sindacati e nemmeno per quelle dei partiti di maggioranza in materia di pensioni, pubblico impiego, servizio sanitario, istruzione, riduzione della pressione fiscale ecc. E non è chiaro come il governo potrà trovare le risorse che servono per prorogare il taglio del cuneo fiscale (11-12 miliardi), nonché per le esigenze davvero indifferibili che si presenteranno in autunno.

La domanda che ci si pone è se non sia meglio dire le cose con chiarezza: dire cioè che la situazione della finanza pubblica è seria, per via dell’alto debito e del nuovo corso della politica monetaria; e che tale situazione è del tutto indipendente da come verranno riformulate le regole europee sui bilanci che dovrebbero entrare in vigore dal 2024. Nelle piazze risuonano slogan contro il governo che vuole privatizzare la sanità, come se facesse gli interessi di chissà quale potentato. La verità è invece che il governo non sa dove trovare le risorse. Si può certamente obiettare che nella legge di bilancio il governo avrebbe potuto evitare di sprecare risorse sulle promesse elettorali, ma è un fatto che sommando flat tax, tregua fiscale e quota 103 si arriva poco sopra i due miliardi.

Come si ricorderà, il grosso della manovra 2023 (+21 miliardi di deficit) fu devoluto al contrasto del caro energia, al taglio del cuneo fiscale e a piccoli interventi di natura sociale, sicuramente apprezzati da chi oggi protesta, come aumento delle pensioni minime, incremento dell’assegno unico universale, fondo per l’acquisto di beni di prima necessità, fondi per l’istruzione ecc. Si può anche obiettare che si dovrebbe mettere in campo una seria revisione della spesa, in luogo dei tagli indiscriminati e spesso iniqui che vengono operati dall’inflazione. Anche questo è vero, ma nessuno si può più illudere che esista una spending review indolore, specie se le somme da reperire sono ingenti, come dovrebbe avvenire in questo caso.

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