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Niente sarà più come prima: la ripartenza e il presupposto digitale

Se questa crisi epidemica ci ha procurato danni incalcolabili e forse irreparabili, le condizioni per la ripartenza impongono di affrontare con la fantasia dell’urgenza i temi irrisolti della transizione digitale. Riusciremo a sorprenderci e a sorprendere ancora?

Una delle frasi che si sentono dire più spesso, in TV ma anche nelle inevitabili conversazioni a distanza, riguardo alle conseguenze di questa epidemia, è “Niente sarà più come prima“. E’ però anche il caso di domandarsi se, potendo decidere, vorremmo proprio che tutto tornasse esattamente come era prima, e rispondersi di no è secondo me prova di sincerità.

Nel nome di di una prosperità mai conosciuta prima,  negli ultimi decenni abbiamo fatto finta di non vedere i limiti dei dogmi che in qualche modo ne erano fondamento, preferendo una cieca fiducia alla semplice constatazione della nostra incapacità di affrontare cambi di paradigma. La pandemia ci ha inesorabilmente obbligato a farlo e da questo punto di vista no, niente sarà più come prima.

Allora, se vogliamo muoverci non dobbiamo limitarci a semplicemente “Ripartire”, come se dovessimo in qualche modo riprendere il cammino da dove lo abbiamo lasciato: se, forse, questo incidente non è proprio casuale, allora ci insegna definitivamente che il vero progresso non è quello che cancella le incertezze, bensì quello che mette in discussione le certezze.

E per farlo concretamente  bisogna subito spostare l’accento dalle questioni antropologiche, o più semplicemente dagli egoriferimenti in cui questa epidemia  ci ha confinato, verso le tante convenzioni sociali, scientifiche ed economiche che in questi pochi mesi sono state letteralmente frantumate, traendone ispirazione per il dopo.

La socio diversità

Innanzi tutto, il nostro Paese dal punto di vista sociale prima ancora che istituzionale può essere definito una comunità di comunità, in cui il doppio fattore, non casuale, esprime un’articolazione che diventa un problema solo se viene negata in modo miope, un po’ come la biodiversità. Paradossalmente, proprio sul terreno sul quale era più facile concretizzare la patologia delle “differenti velocità” tra i Nord e i Sud d’Italia, ossia quello dei sistemi sanitari, siamo stati clamorosamente smentiti, (e quello che è successo non è che lo spunto di una riflessione che non dovrebbe sfuggirci).

Per anni l’indice di quel problema era rappresentato dalla differenza nel prezzo di acquisto di una siringa tra Sud e Nord: ridotto quello, il problema sarebbe stato risolto. Alla luce dei fatti, questo metro di valutazione non è risultato molto più adeguato dei vincoli europei di controllo del debito contro i quali ci scagliamo tutti i giorni – anch’essi validi ma certo non sufficienti a rappresentare correttamente la realtà.

Quando ci metteremo in movimento dovremmo abbandonare qualsiasi insofferenza rispetto alle diversità dei parametri economici e sociali  che fanno il nostro paese e che in alcuni casi possono rappresentare anche delle opportunità. Alla luce di quello che si dirà più avanti, è probabile che l’obiettivo comune si raggiungerà attraverso strategie e priorità differenti, laddove questa dolorosa esperienza ci mostra che metriche omogenee spesso nascondono realtà clamorosamente divergenti.

I presupposti digitali

Si, perché le discontinuità comportamentali che daranno la forma al “new normal” sono impensabili da realizzare se non sulla base di un unico presupposto, ossia la disponibilità generale di strumenti digitali, infrastrutture e piattaforme, adeguati – il presupposto digitale appunto. E se interi corpi della nostra società (la scuola, il lavoro…) si sono completamente ridefiniti in termini di relazioni telematiche, possiamo tranquillamente concludere che in pochi mesi siamo passati dal digitale come presupposto dell’efficienza al digitale come presupposto dell’esistenza.

Quindi l’emergenza digitale, appunto, “emerge” violentemente, imponendosi con la forza di un “tutto o niente” che non lascia spazio a fraintendimenti. Inutile quindi discutere della sua urgenza, fondamentale invece studiare le strategie di sviluppo sul mercato ma soprattutto sul territorio, che non possono che essere diverse tra i Nord e i Sud, e questo riguarda complessivamente tutte le infrastrutture intelligenti che a questo presupposto dovranno appoggiarsi. Dovranno essere diverse le priorità, così come i sussidi, e quindi anche regole, costi e prezzi. In fondo, per fare un esempio, quando la differenza nei prezzi delle case è così grande non c’è motivo perché la rete in fibra debba costare a Napoli esattamente quanto a Milano.

Ipersemplificando, potremmo dire che nei Sud d’Italia, grazie al presupposto digitale, potremo  aumentare la densità di impresa e di lavoro, ponendo al centro delle priorità la competitività, mentre al Nord la sfida sarà quella (mediante una “controllata” rarefazione ?) di ricondurre a valori più gestibili le esternalità (dalla mobilità alle emissioni) che hanno messo in crisi la più ricca regione d’Italia durante questa epidemia.

Rendere i Sud d’Italia più competitivi, e i Nord più sostenibili. Queste due imprese sono unite da un forte presupposto digitale sul quale investire l'”All-in” di una ricostruzione post virale.

Così avverrà per i settori economici: muoveremo meno le persone o per motivi differenti, e forse magari più le merci, se necessario. Potremo dare il giusto valore al movimento solo avendolo liberato dalla necessità di colmare deficit che risiedono in una inadeguata infrastruttura di servizi. (Pensare al prezzo di un biglietto aereo che risenta delle esternalità generate forse non sarà più un utopia grazie al presupposto digitale).

Economia del movimento significherà anche abilitare digitalmente logistica e turismo. E infine dare spazio ed organizzazione all’economia del tempo, in cui ci si incontrerà e si collaborerà meno “dove” e più “quando”. Ma è difficile che queste cose avvengano senza creare i presupposti per. Dobbiamo chiederci se non sia uno scopo preciso del New Government (il governo del new normal) trovare le strategie per indirizzare e ridefinire in qualche modo le regole della socialità digitale. E ciò con interventi non tanto o non solo normativi, quanto piuttosto attraverso la mobilitazione concertata di tutti gli Agenti (PA, Scuola ed Università, Concessionarie, Agenzie Pubbliche) che danno forma all’organizzazione della nostra Società e possono risultare decisivi per raggiungere le masse critiche per le piattaforme digitali di riferimento

L’identità

Prigionieri del paradosso di Zenone abbiamo smesso di chiederci perché mai Achille non decida finalmente di superare la tartaruga. Sul tema della protezione della nostra personalità digitale per troppo tempo abbiamo cercato di limitare i danni della proliferazione digitale, dando per scontato che un atteggiamento di difesa perimetrale fosse l’unico possibile, e peraltro, non riuscendoci, abbiamo ceduto a piccoli passi quote importanti di sovranità – a vantaggio di chi, neppure lo sappiamo. Oggi siamo proiettati di colpo in un contesto nel quale la protezione della nostra privacy sembra contrapporsi direttamente alla qualità (e alla quantità) della nostra nuova vita digitale. O riprogettiamo entrambe in modo coerente o rischiamo ferite più gravi di quelle sperimentate sul piano della democrazia digitale.

Evidentemente siamo in un mondo interconnesso e come Paese non riusciamo a fare quasi niente da soli, ma su questo tema essere all’avanguardia, attraverso gli strumenti che abbiamo e che sono tanti, significa accumulare vantaggi competitivi dei quali il nostro sistema paese non gode da troppo tempo. Ci stiamo affacciando ora su questo orizzonte con il lavoro sull’App Immuni, in tempo per capire che c’è ancora molta strada da fare per superare la stridente contrapposizione tra due diritti fondamentali: quando oltre a definire i paletti saremo capaci di intravedere il traguardo sapremo che il cammino è cominciato.

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