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Ministero del Lavoro e Banca d’Italia: «Con il blocco dei licenziamenti preservati 360.000 posti di lavoro»

Da quando il blocco dei licenziamenti è entrato in vigore, il numero medio mensile dei licenziamenti complessivi si è più che dimezzato, scendendo a circa 20.000, 2 ogni 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. È quanto si legge nella nota congiunta del ministero del Lavoro e della Banca d’Italia.

I rapporti di lavoro che si sarebbero interrotti indipendentemente dalla pandemia e che la misura di blocco ha preservato sono circa 240.000 nel 2020 tra le imprese del comparto privato non agricolo e ulteriori 120.000 nel 2021. A questi si aggiungono le cessazioni involontarie nelle attività sportive, ricreative e nei servizi alla persona (11.000 nel 2020 e 6.000 nel 2021).

Nei diversi settori la flessione dei licenziamenti riflette fattori specifici. Il comparto delle costruzioni è tradizionalmente caratterizzato da un elevato turnover: il crollo del tasso di licenziamento (da 1,5 a 0,5 ogni 1.000 occupati a tempo indeterminato) ha pertanto prodotto un calo di oltre 90.000 licenziamenti, quasi un settimo dei dipendenti a tempo indeterminato prima della pandemia.

Viceversa, nell’industria in senso stretto, dove i licenziamenti mensili si attestavano su livelli modesti già prima dell’epidemia, si stimano circa 75.000 licenziamenti bloccati che si sarebbero manifestati anche in assenza della pandemia a fronte di una platea di oltre 3 milioni di lavoratori permanenti.

Nel commercio e soprattutto nelle attività connesse al turismo il ricorso al lavoro temporaneo è particolarmente elevato: il numero di licenziamenti bloccati che si sarebbero verificati in assenza della pandemia risulta pertanto relativamente contenuto (poco meno di 100.000 in tutto). Tuttavia nel turismo potrebbero essere numerosi i licenziamenti dovuti alla crisi: già nei primi mesi del 2021 il tasso di licenziamento è leggermente aumentato, attestandosi intorno a 3 su 1.000 dipendenti a tempo indeterminato, da 2 su 1.000 a fine 2020.

Come ricorda la nota, nel periodo di espansione ciclica che va dal 2014 al 2019 in Italia i licenziamenti complessivi (sia di tipo economico sia per altri motivi) erano ogni mese quasi 5 ogni 1.000 posizioni effettive a tempo indeterminato, equivalenti nei mesi immediatamente precedenti la pandemia a circa 45.000 cessazioni, al netto di fattori stagionali.

Allo scoppio dell’emergenza sanitaria, ricorda ancora il documento, per fronteggiare le conseguenze del fermo delle attività, il dl 18/2020 (decreto ‘cura Italia’) ha disposto il blocco dei licenziamenti per motivi economici; il provvedimento, inizialmente previsto per due mesi è stato successivamente prorogato, fino all’attuale scadenza fissata al 30 giugno 2021 per le imprese che hanno accesso alla Cassa integrazione ordinaria (appartenenti soprattutto al comparto industriale) e al 30 ottobre 2021 per le altre.

La misura non ha sospeso altri tipi di licenziamento, come quelli disciplinari, quelli relativi ai dirigenti, nonché le risoluzioni del contratto di apprendistato e le procedure di licenziamento collettivo definite prima del 23 febbraio 2020. Da agosto 2020 alcuni vincoli sono stati rimossi per le imprese che cessano l’attività.

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