Il panorama politico desta, e non da oggi, la sensazione di una omologazione delle idee e, in definitiva, delle proposte che i partiti rivolgono ai cittadini al fine di persuaderli al momento dell’ingresso nella cabina elettorale.
Vi sono grandi temi – con tutti i correlativi problemi che essi innescano – che la contemporaneità agita, rispetto ai quali nessun partito può permettersi di rimanere silente (tra i più significativi: mafie, corruzione e malaffare, povertà, istruzione, ecologia, salute, lavoro, benessere degli individui).
Il confronto che ne scaturisce pone sì, sovente, in luce posizioni diversificate, ma il tutto si gioca il più delle volte su tecnicismi e varianti incapaci di esprimere una precisa identità ideologica; di fornire agli elettori la chiara percezione di una visione che anima l’azione di questo o quel partito.
E, quel che più conta, inidonei a dar conto di una progettualità che – in un’epoca in cui già da tempo si denuncia che le nuove generazioni saranno più povere di quelle dei genitori – sappia infondere fiducia nel futuro.
Trovano così spiegazione alcuni fenomeni con i quali i recenti risultati elettorali costringono al confronto:
- un astensionismo crescente, concernente soprattutto le elezioni amministrative;
- l’affermazione di candidati che dimostrino – o, quanto meno, diano un’impressione in tal senso – solidità, serietà e competenza. Ciò anche in ragione di esperienze brillanti, preferibilmente di natura non politica, maturate in precedenza, idonee a conferire una patente di credibilità. A ben guardare, Berlusconi per certi versi è stato il capostipite di questo fenomeno: «sono un imprenditore di successo, che ha realizzato grandi cose: metto a disposizione le mie capacità a vantaggio della collettività». Ha colmato, a quell’epoca, il vuoto venutosi a creare con la grande crisi di credibilità dei partiti scoppiata in modo eclatante nel 1992.
Si tratta, a mio modo di vedere, di un passaggio delicato per la politica, non sempre adeguatamente percepito e soppesato: la transizione – per usare un termine alla moda – dalle idee (ideologie) agli uomini (singoli). Uomini ai quali concedere fiducia solo in ragione di credibilità e di carisma (sebbene alle volte poggiante soltanto su una comunicazione efficace e su slogan ad effetto).
Un’enfatizzazione delle individualità – concepite vere e proprie ancore di salvataggio – a scapito di una partecipazione estesa e del pluralismo dei contributi. A detrimento, a ben vedere, di quei politici che siano effettivamente in grado di farsi portatori di linee di azione e di progetti concepiti sulla base di opzioni ideologiche sedimentate, i quali si trovano ad esser giudicati con un termometro in cui l’indice di gradimento è rappresentato unicamente dal grado di empatia con le masse.
Una transizione, quella appena descritta, che si fa fatica a qualificare virtuosa. E che soprattutto dovrebbe mettere in guardia i partiti da quello che si appalesa come un processo degenerativo. Il rischio è di allontanare sempre più gli individui dalle cose politiche.
Puntare su singole donne e singoli uomini, che rivestono ruoli apicali, può apportare vantaggi a quel partito che periodicamente possa contare su leader carismatici. Ciò può avvenire soprattutto nel contesto delle elezioni politiche nazionali, in cui i leader rivestono un ruolo trainante, certamente non comparabile a quello svolto in occasione di quelle amministrative.
L’attuale panorama offre leadership importanti, ancorché connotate da vistosi tratti differenzianti. Si tratta di figure dotate di considerevole forza attrattiva, capaci di suscitare un notevole seguito. Il problema è di resistenza nel tempo, di proiezione nel futuro, anche tenuto conto del logoramento derivante dal rivestire una posizione di vertice che deve essere costantemente alimentata affinché si mantenga a un livello tale da non poter essere messa in discussione.
Per quanto capaci e abili si possa essere, la conduzione di un partito non può essere disgiunta da solide basi progettuali, da visione, nonché dalla capacità di intestarsi, al cospetto di una società complessa che evolve in modo sempre più repentino, virtuosi cambi di paradigma. Per farlo c’è bisogno di comunità, di coinvolgimento, di dibattito, di prese di posizione nette, di formazione, di persone che si mettano al servizio, di leader che sappiano valorizzare gruppi e comunità estese, che siano capaci di ascoltare e, se del caso, di invertire la rotta, di cambiare prospettiva.
Appare altresì ineludibile l’esigenza di tracciare nuovi itinerari nella formazione dei decisori del futuro, dando vita a scuole di alta politica, in cui il dibattito sia aperto e non confinato nel contesto del singolo partito. Così contribuendo a dar vita a un maggiore pluralismo partecipativo. Da un ambiente culturale siffatto potranno provenire stimoli e spunti essenziali ai fini dell’elaborazione di proposte di spessore, anche in vista dell’adozione di scelte consapevoli.
È lecito, in definitiva, che i cittadini – ancor più all’indomani di una pandemia non ancora scongiurata – possano contare su singoli e ben identificati progetti e su efficaci idee realizzative. Ancor più in una fase come questa, in cui non mancano i fondi per intervenire, sicché il problema che si pone è di individuazione degli obiettivi e, in pari tempo, delle modalità di concretizzazione.
È un preciso dovere di ogni parte politica darsi carico dell’assunzione di un ruolo chiarificatore che, con modalità intellegibili, dia conto di quali sono le azioni che si intendono coltivare. Questo soprattutto in termini di priorità, non essendo pensabile che si possa intervenire, per lo meno con la stessa profondità ed intensità, su ogni problematica che si agiti o che, più semplicemente, venga sbandierata. L’idea delle priorità implica l’assunzione di una responsabilità di scelta che, nel dar conto senza infingimenti del pensiero che sta alla base, restituisce considerazione e dignità all’elettore, e può contribuire ad allontanare il qualunquismo con cui l’individuo comune spesso discorre della politica.








