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[L’intervento] Luigi Balestra (Presidente Osservatorio Riparte l’Italia): «La protezione ambientale: una questione non più rinviabile»

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A volere prestar fede ai buoni propositi, in epoca recente declamati con non poca disinvoltura, la «questione» ambientale sembrerebbe destinata a trovare infine soluzione. Soprattutto se si tiene conto che le risorse messe in campo, per effetto della guerra al Covid, saranno in parte consistente dedicate a realizzare quel che, con espressione alla moda, viene etichettata come transizione (nel contesto ecologico, ma non solo).

Nell’impiego del vocabolo si cela la volontà di provocare un cambiamento, un passaggio – stando alle più accreditate definizioni – da un modo di vita ad un altro. Il che denuncia, già da sé, l’insostenibilità della situazione ambientale ereditata, frutto di scelte politiche, perpetuate nel corso dei decenni, totalmente incuranti di ogni possibile implicazione sul piano dell’impatto ambientale; decisioni accompagnate da una tendenza alla ricerca esasperata del profitto imprenditoriale, in spregio ai fondamentali valori su cui fa perno l’etica della responsabilità. In ciò qualcosa di inaccettabile se solo si riflette sul fatto che le scelte di business, poste in essere da uomini singoli, incidono sullo sviluppo, sulla prosperità e sul benessere (anche sotto il profilo della salute) di un’intera collettività.

Lo scenario con cui siamo chiamati a confrontarci, il quale riguardato con gli occhi rivolti al passato disvela tutta la sua portata catastrofica per quello a cui quotidianamente siamo costretti ad assistere, è stato in qualche modo agevolato – è bene esprimere al riguardo un forte sentimento di denuncia – da un’insensibilità e da un’incultura riscontrabili in larghe frange della comunità degli individui.

L’episodio del valoroso maresciallo dei carabinieri, deceduto per un infarto a seguito dell’atteggiamento ostile di alcuni maleducati e insolenti bagnanti, invitati a non insozzare la spiaggia e il mare della Calabria, testimonia in modo eclatante l’assenza di sensibilità verso il patrimonio comune (tale perché di «proprietà» di tutti, di modo che nessuno è legittimato a perpetrare violazioni). Solo se correttamente e adeguatamente preservato esso è in grado di restituire all’uomo tutte quelle utilità, in termini di equilibrio, risorse e benefici, di cui è sì ricco, ma nella misura in cui non ne vengano alterate le condizioni di esistenza.

Ecco allora, per voler ritornare ai buoni propositi, che essi sono totalmente insufficienti non solo a decretare il cambiamento, ma addirittura a scongiurare un vero e proprio peggioramento della situazione attuale. E nemmeno il grande afflusso di denaro che si preannuncia sarà, di per sé solo, in grado di consentire cambiamenti di rotta significativi.

Occorrerà prestare grande attenzione, affinché possano fungere da effettivo traino verso politiche (sociali, economiche, d’impresa, della consumazione) realmente virtuose, alle grida di allarme e alle grida di dolore provenienti da più parti. Innanzitutto, le grida di allarme: quelle contenute nel nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’Onu, pubblicato il 9 agosto. Nell’anzidetto rapporto si pone in luce, tra l’altro, come i disastrosi fenomeni meteorologici in atto siano senza precedenti, nonché causalmente imputabili alle attività umane; di talché il messaggio è chiaro: occorre por fine, senza ulteriori dilazioni, a una serie di atteggiamenti del passato, fatti di esitazioni e di indugi, di logiche permeate da compromessi.

Bisogna darsi carico di porre in essere tempestivamente misure realmente capaci di salvaguardare l’ecosistema: i mari, le foreste, i suoli e gli spazi sovrastanti, l’aria, devono diventare l’oggetto di una tutela prioritaria. Prioritaria perché il mero compromesso, il semplice contemperamento dei contrapposti interessi (quali possono essere, solo per fare un esempio, quello alla salvaguardia della qualità dell’aria e quello derivante dalle esigenze della produzione), non sono più in grado, allo stato delle cose, di operare un riequilibrio corretto né, tanto meno, di porre minimamente rimedio ai disastrosi effetti delle tante calamità verificatesi, nonché alle catastrofi che senza soluzione di continuità si preannunciano. Ciò che è stato fino ad oggi maltrattato, in quello che si è rivelato un pericoloso e sprovveduto gioco del componimento, dovrà prevalere senza riserve se si intende realmente sancire un cambiamento di rotta.

La qualità dell’aria, per tornare all’esempio dianzi proposto, che si respira in larga parte delle città italiane (ma alle volte anche in luoghi poco urbanizzati) è per moltissimi giorni dell’anno intollerabile: l’obiettivo di un’aria pulita dovrà quindi divenire prevalente rispetto agli interessi che con esso, di volta in volta, vengano in conflitto. L’idea del sacrificio dovrà permeare le azioni del futuro.

Con la consapevolezza che una progettualità permeata da queste priorità è in grado, se correttamente coniugata, di generare a sua volta nuove opportunità in termini di attività economiche e di posti di lavoro.

Le grida di dolore: come quelle ciclicamente innescate dalla diffusione degli incendi a livello planetario, particolarmente devastanti nella corrente estate anche in aree, come la Siberia (in cui gli incendi perdurano da metà giugno e soltanto adesso sembra si stiano attenuando), che, con non poca leggerezza, potremmo essere indotti a pensare totalmente al riparo. Come quelle provocate dal disgusto per la quantità di plastica che si rinvengono nei mari, ormai sottoposti (anche in ragioni di altri fenomeni, quali la pesca mediante l’utilizzo di meccanismi totalmente pervasivi e irrispettosi della flora e della fauna marina) a un livello di stress non più sopportabile.

Tante sono le iniziative su cui far perno al fine di dar vita a percorsi dissonanti rispetto al passato. Mi limito a indicarne una: occorre lavorare – e molto – sull’affinamento delle sensibilità e delle responsabilità a livello di comunità degli individui, affinché i detentori del potere (di qualunque tipo: politico, economico, dell’informazione) possano sentirsi sempre più pressati dal «basso» e, quindi, in dovere di farne l’oggetto delle proprie strategie (adeguatamente consapevoli) d’azione.

La formazione, al riguardo, assume una portata fondamentale; la scuola dovrà dimostrare di saper essere innovatrice al riguardo, assumendo l’onere di creare momenti, tappe, itinerari, idonei a consentire di far propri valori e idee che conducano, alla luce di un nuovo approccio culturale, alla realizzazione di interventi efficienti. Partendo dai più giovani, dalla collettività, si potranno progressivamente creare le condizioni affinché la neutralizzazione delle sciagure che quotidianamente si consumano e, in pari tempo, il ripristino degli equilibri ambientali, diventino la vera battaglia del futuro.

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