Un magistrato italiano giudicherà i crimini di guerra commessi da Putin. Il giudice Rosario Salvatore Aitala è nel collegio di togati della Corte penale internazionale scelto per occuparsi della guerra in Ucraina, assieme a Antoine Kesia-Mbe Mindua e Tomoko Akane.
Professore di diritto internazionale penale alla LUISS, 54 anni, Aitala è stato fino al 1992 funzionario di polizia e nel 1997 è entrato in magistratura. Ha lavorato a Milano, Trapani, Roma ma è stato anche molto all’estero.
Prima di arrivare all’Aja è stato consigliere per le aree di crisi e la criminalità internazionale del ministero degli Esteri in Albania, Afghanistan, Balcani e America Latina e consigliere per gli affari internazionali del presidente del Senato Piero Grasso. È componente della commissione sui crimini di guerra istituita dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia.
La grammatica del potere
Nel suo libro dal titolo Diritto Internazionale Penale ha scritto: «È nel secolo più violento di sempre, il Ventesimo, che il male smisurato si afferma come meditata strategia politica giocata sulla pelle di milioni di persone inermi. Dunque non mera malvagità: piuttosto grammatica del potere».
“È finita l’impunità assoluta”
“Oggi la Corte penale internazionale, sulla scia delle esperienze del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, le altre corti marziali del dopoguerra e i tribunali delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda, giudica la responsabilità penale di individui che pianificano, ordinano o commettono crimini internazionali” spiegava commentando, circa un anno fa, il suo ultimo libro.
“Nel diritto internazionale tradizionale le persone erano come “invisibili”, si nascondevano dietro lo schermo dello Stato nel nome e per conto del quale agivano, unico a rispondere delle atrocità. L’impunità era una regola assoluta. Con il processo di Norimberga, si fa strada la consapevolezza che i crimini contro il diritto internazionale sono commessi da uomini, non da entità astratte e si afferma il principio secondo il quale gli individui hanno doveri internazionali che trascendono gli obblighi nazionali di obbedienza imposti dallo Stato a cui appartengono. Il libro racconta questo appassionante processo che è il frutto di contingenze storiche e politiche, e segna un importante momento di maturazione della comunità internazionale” aveva argomentato in un dialogo con Letture.org.
“Non basta punire gli esecutori materiali”
“Una delle questioni fondamentali del diritto penale è determinare il rapporto fra fatto vietato e autore o, in altri termini, stabilire le condizioni per attribuire la responsabilità di una condotta o evento proibito a una persona. In questa valutazione rientra, da una parte, l’attribuibilità oggettiva del fatto al reo in termini di causalità; dall’altra la verifica delle condizioni psicologiche che permettono di imputare il fatto di reato al soggetto sul presupposto che potesse agire diversamente e sia rimproverabile. Ebbene, questo tema cruciale assume caratteri particolari nel diritto internazionale penale che concerne crimini complessi, tanto rispetto al numero delle vittime quanto rispetto alle modalità di commissione. Si tratta di manifestazioni di criminalità sistematica la cui realizzazione è, secondo dati esperienziali, il risultato delle azioni e omissioni di una complessa serie di soggetti per lo più appartenenti a strutture statali civili o militari o altre organizzazioni di carattere non elementare, come gruppi politici armati e milizie. Il processo penale internazionale, per i limitati mezzi di cui dispone e la sua valenza politica, sociale e geopolitica, si indirizza verso i soggetti maggiormente responsabili delle atrocità di massa – coloro che le hanno decise, pianificate, istigate e ordinate – piuttosto che nei confronti degli esecutori materiali. Di norma, più ci si allontana dalla commissione materiale e ci si avvicina al livello decisionale più cresce il peso morale e giuridico della responsabilità individuale. Allo stesso tempo però diviene paradossalmente più difficile imputare i crimini, in termini concettuali e probatori” spiegava il giudice.
“Vi spiego cos’è un genocidio”
“I crimini di guerra sono gravi violazioni delle norme del diritto internazionale umanitario che disciplinano i mezzi e le modalità legittime di condotta delle ostilità armate e il trattamento dei non combattenti, le persone estranee al conflitto, essenzialmente i civili, e i militari fuori combattimento in quanto prigionieri, malati, feriti o naufraghi. I crimini contro l’umanità furono concettualizzati dagli Alleati in vista del processo di Norimberga per punire i nazisti del Terzo Reich per i crimini commessi contro i propri stessi cittadini, gli ebrei tedeschi. Sono espressione della tracotanza del potere governativo e consistono in attacchi estesi o sistematici contro popolazioni civili, come omicidi, torture, detenzioni arbitrarie, stupri, persecuzioni. Il genocidio è una forma di crimine di lesa umanità e consiste in condotte violente sostenute dall’intento di distruggere un gruppo etnico, nazionale o religioso. L’aggressione è l’uso illegittimo della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, integrità territoriale o indipendenza politica di un altro Stato. La tortura è l’inflizione di patimenti, dolore, sofferenze fisiche e mentali al fine di ottenere informazioni o confessioni, di punire indebitamente per un atto commesso o sospetto o di discriminare. Il terrorismo è l’uso della paura in modo strumentale a finalità politiche: stragi, omicidi, sequestri sostenuti dall’intento di diffondere la paura fra le popolazioni o di costringere un’autorità nazionale a fare o non fare qualcosa”.
E sul sito della Corte Penale internazionale è presenta la scheda biografica del magistrato e l’elenco completo dei casi di cui si è occupato fino ad oggi (https://www.icc-cpi.int/judges/judge-rosario-salvatore-aitala)
La scena del crimine
Crimini che il procuratore capo della corte Karim Khan ha voluto toccare con mano andando in visita a Bucha, la città simbolo della furia russa, dove sono stati massacrati centinaia di civili. “L’Ucraina è una scena del crimine – sono state le sue parole – Siamo qui perché abbiamo motivi ragionevoli per credere che vengano commessi crimini all’interno della giurisdizione del tribunale. Dobbiamo dissolvere la nebbia della guerra per arrivare alla verità” concludeva nel dialogo di Letture.org
Mole di prove
Al momento l’unica, drammatica, certezza, è che non mancherà il materiale per le indagini. Solo l’ufficio del procuratore generale di Mykolaiv riceve decine di segnalazioni al giorno di possibili crimini di guerra “e nella nostra regione i russi sono stati solo pochi giorni, figuratevi a Kherson”, spiegano dalla segreteria del procuratore Volodymyr Govorukha. In tutta l’Ucraina infatti migliaia di segnalazioni arrivano quotidianamente alle procure locali attraverso l’apposito sito in attesa di un’esame che potrebbe richiedere mesi. Il primo passo verso la ricerca della verità però arriva oggi da Vienna, con la presentazione del rapporto ufficiale dell’Osce, l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa, che mette nero su bianco che “nel primo mese di occupazione russa di alcune regioni dell’Ucraina sono emersi chiari schemi di violazioni del diritto internazionale umanitario da parte delle forze armate russe”.
Lo schema della violenza
Il rapporto, redatto in seguito all’attivazione del cosiddetto Meccanismo di Mosca, riguarda solo gli eventi dal 24 febbraio all’1 aprile e non comprende quindi le atrocità di Bucha e di altre località alla periferia di Kiev emerse solo successivamente, tuttavia contiene materiale a sufficienza per “mostrare schemi nitidi di violazioni sistematiche dei diritti umani da parte della brutale offensiva russa contro l’Ucraina”, commenta il gabinetto dell’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. Ancora più secco l’ambasciatore Usa presso l’Osce Michael Carpenter, secondo cui “il testo è un potente documento per dimostrare l’entità della crudeltà russa, come ad esempio nell’uso dell’emblema della Croce Rossa, di bandiere bianche e abiti civili nelle operazioni militari”. Nel rapporto dell’Osce gli esperti sottolineano inoltre come se le forze russe “avessero rispettato i loro obblighi” sanciti dal “diritto internazionale umanitario in termini di distinzione, proporzionalità e precauzioni negli attacchi” e riguardo a luoghi “particolarmente protetti come gli ospedali, il numero di civili uccisi o feriti sarebbe rimasto molto più basso”.
La replica di Mosca
Dura la reazione di Mosca, secondo cui “le conclusioni del rapporto presentato sono sia giuridicamente che politicamente nulle”, ha commentato l’ambasciatore russo presso l’Organizzazione Aleksandr Lukashevich. Tensione invece nelle regioni separatiste, a Lugansk, dove un gruppo di persone che portava un gigantesco logo dell’Osce insanguinato ha vandalizzato la sede dell’ex missione di monitoraggio Osce SMM, evacuata con l’inizio delle ostilità a fine febbraio. Secondo la stampa locale inoltre, a Lugansk un ex dipendente locale della missione Osce è stato arrestato con l’accusa di tradimento.








