Putin non ha imparato nulla dalla storia: «non si vince la resistenza facendo terra bruciata». Lo sostiene la storica militare, Federica Saini Fasanotti, che sta per dare alle stampe il libro, edito dall’Ufficio di Stato Maggiore dell’Esercito, “Le origini del pensiero occidentale di controguerriglia”. «In una guerra regolare, con uno scontro diretto tra eserciti, il rapporto è di uno a uno», spiega. «Ma già in un attacco a una città ci vogliono 5 uomini per ogni “difensore”, mentre in una fortificazione su campo aperto il rapporto è di 3 a 1. Nella controguerriglia è 10 a 1».
Una situazione che appunto potrebbe crearsi in Ucraina: «Nella controguerriglia non c’è più l’esercito locale che protegge gli avamposti, i luoghi strategici, ma è la popolazione che un momento zappa e appena ti giri prende il kalashnikov e ti spara». La Russia dal punto di vista militare, aggiunge, «segue la stessa modalità: fanno tabula rasa, distruggono tutto come in Siria e prima in Afghanistan tra ’79 e ’89. Sono come un’onda di tsunami. E non hanno imparato dalla storia che non si vince la resistenza facendo terra bruciata», dice in un’intervista a Il Giornale.
È sempre più forte chi si difende
«Più distruggono più poi c’è poi anche un problema gigantesco nel prendere possesso effettivo le città. Se viene distrutto tutto con l’artiglieria pesante e con le bombe aeree poi chi ti combatte, che sia esercito o siano i ribelli, è sul proprio territorio, sa dove nascondersi, rendendo poi di fatto molto difficile entrare con i mezzi pesanti che proteggono quando è il momento di penetrare nelle città. Come è successo durante l’assedio di Stalingrado nella Seconda Guerra mondiale. I panzer tedeschi si sono arenati. È sempre più forte chi difende rispetto a chi attacca proprio perché conosce il territorio. Anche se ovviamente, in certi momenti, l’attacco, l’aggressività, la forza della sorpresa porta un vantaggio enorme».
Cosa significa la morte di quattro generali
«Ma i russi devono combattere anche contro il tempo perché ad aprile inizia il disgelo. Il fango sarà un ulteriore ostacolo per la mobilità dei carri armati, non so cosa stia succedendo tra i loro ranghi. Certo è indicativo che ci siano già 4 generali russi morti, perché significa che la linea di comando non funziona bene, ma sicuramente ci sono dei dati che ci fanno pensare che i numeri della Russia non sono abbastanza per conquistare ma soprattutto dopo per “tenere” un Paese tra l’altro dichiaratamente ostile».
«Sarebbero necessari almeno 500/600 mila uomini che restano a presidiare il territorio conquistato. Ma l’esercito russo di terra conta circa 900 mila unità operative» oltre ai mercenari siriani che «sono spietati e non hanno esitazione in operazioni anche all’arma bianca contro i civili. Sono carne da cannone e così Putin non deve affrontare neanche i morti russi che tornano nelle bare di zinco».
La battaglia di Stalingrado
Sarebbe un paradosso per Putin, se ribaltando le parti in gioco, il presidente ucraino Zelensky e i cittadini di Kiev riuscissero a portare avanti l’eroica resistenza che fu dell’Armata Rossa e dell’intero popolo russo contro i nazisti. Ma vediamo che cosa era successo durante la Battaglia di Stalingrado, che segnò la svolta dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica e l’inizio della sconfitta nazista.
La Caporetto tedesca
Oltre un milione tra morti, dispersi e prigionieri. L’assedio di Stalingrado fu la Caporetto tedesca. Dopo due mesi di attacchi ininterrotti – iniziati il 17 luglio del 1942 – nella città bombardata e bruciata, casa per casa e incrocio per incrocio era stata ingaggiata una battaglia feroce. Dalle fogne asciutte la notte uscivano gruppi di combattenti russi che spuntavano alle spalle dei tedeschi, li colpivano e sparivano tra le macerie. I carri armati si muovevano a fatica tra le strade sventrate e le montagne di detriti, punteggiate dai cadaveri insepolti di militari e civili. E, su tutto e tutti, incombeva l’incubo dei cecchini.
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