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[Lo scenario] Metano nazionale, ecco il piano del Governo Meloni. Sbloccare le autorizzazioni

Fratelli d’Italia sembra avere tutte le intenzioni di prendere in mano il dossier sul metano nazionale, in linea con il suo programma che, alla voce energia, prevede appunto un maggiore sfruttamento dei giacimenti nazionali. Questo nonostante la timida apertura europea a un tetto al prezzo del gas, che faceva da contraltare al mancato via libera in Italia all’aumento della produzione di gas dai giacimenti nazionali, quello da destinare a imprese energivore e Pmi per sollevarle dal peso dei rincari. Ciò sarebbe stato possibile rivendendo da 2 a 3 miliardi di metri cubi l’anno a prezzi calmierati attraverso il Gse, il Gestore dei Servizi Energetici.

Fino a pochi giorni prima delle elezioni del 25 settembre scorso, scrive Milano Finanza, sembrava che il decreto attuativo potesse essere firmato da un momento all’altro, e si mostrava ottimista sui tempi anche il ministro uscente della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che potrebbe avere un ruolo di consulente nel nuovo governo. Ma non se n’è fatto nulla, e il quarto comma dell’articolo 16 della legge 34/2022 “Misure per fronteggiare l’emergenza derivante dal rincaro dei prezzi dei prodotti energetici attraverso il rafforzamento della sicurezza di approvvigionamento di gas naturale a prezzi equi” è rimasto congelato.

Il comma non adottato attribuisce al Gse il compito di stipulare contratti di acquisto di lungo termine, fino a 10 anni, con gli operatori che avranno accettato di aumentare la produzione di gas nazionale, a condizioni e prezzi definiti con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto con il ministro della Transizione Ecologica e sentita l’Arera. Il sistema dei prezzi andrà a coprire i costi totali delle singole produzioni, inclusi gli oneri fiscali, e a garantire un’equa remunerazione agli operatori.

Nel frattempo, il Gse ha comunque lanciato i bandi di gara per raccogliere le manifestazioni d’interesse sia per i giacimenti offshore sia per quelli onshore, complete dei piani di sviluppo delle concessioni 2022-2031. Agli operatori si chiede di comunicare l’attuale produzione annuale, i giorni di operatività effettiva dei giacimenti, la media mensile di energia da immettere in rete, e le tempistiche dell’erogazione della produzione incrementale.

Intanto dall’ultimo bollettino degli Idrocarburi pubblicato dal Ministero dello Sviluppo economico, alla data del 30 settembre 2022 risultano in attesa di autorizzazione 11 permessi di ricerca in mare e 16 sulla terraferma. Ma si registrano anche gli effetti delle revoche di licenze situate in aree non idonee: è il caso, per esempio, del permesso di ricerca Bucchianico di Eni. A stabilire in quali zone si possa trivellare è il cosiddetto Pitesai, il piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee. Non è escluso che il nuovo governo possa dargli una spallata, ipotesi caldeggiata dalla Lega. 

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