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[Lo scenario] L’emergenza sociale è alle porte. Ecco la complicata agenda del nuovo ministro del Lavoro

Il governo Meloni ha affidato a Marina Calderone il ruolo di neoministra del Lavoro, e la sua agenda «è già abbastanza delineata, stretta come è la strada dell’indirizzo politico tra vincoli dovuti alla attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (pensiamo, in primis, alle politiche attive del lavoro, al programma Gol e al robusto investimento sui centri pubblici per l’impiego) ed emergenza economica e sociale (costo della energia, emergenza occupazionale, reddito di cittadinanza)». Lo scrive sul Bollettino Adapt il giuslavorista Michele Tiraboschi.

«Certamente un cavallo di battaglia dei consulenti del lavoro è sempre stato il tema della semplificazione delle regole burocratiche e amministrative del lavoro e, in questa direzione, è facile ipotizzare una drastica revisione del “famigerato” decreto trasparenza del Ministro Orlando, che tante proteste ha sollevato tra operatori (consulenti del lavoro in primis) e imprese».

«Sul punto va anche sottolineato un aspetto non banale e cioè il rischio che il mito della semplificazione si trasformi in un vero e proprio boomerang per la categoria dei consulenti del lavoro che, negli ultimi venti anni, si sono sistematicamente lamentati per l’insipienza tecnica del legislatore e la complessità normativa», aggiunge Tiraboschi che osserva: «Cosa in parte vera se non fosse che la “complessità normativa” non è sempre mero difetto tecnico di redazione di un testo di legge o di una circolare, quanto il punto di compromesso tra interessi contrapposti nella regolazione di questioni altamente complesse».

«Il vero punto su cui volgere ora l’attenzione ci pare un altro in linea, del resto, con quanto si legge nella formula del giuramento di un Ministro di “esercitare le (sue) funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Non crediamo infatti sia lesa maestà ricordare – in una riflessione che vuole essere costruttiva ma non piegarsi alla lusinga – che nei diciotto anni del suo mandato, come presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, ha conquistato non pochi spazi per la categoria dei consulenti a scapito della rappresentanza di imprese e lavoro o, meglio, della rappresentanza storica e certamente ancora oggi maggioritaria che ruota attorno ai sistemi contrattuali e bilaterali della triplice», scrive Tiraboschi.

«Persino sul tema scottante del dumping contrattuale e dei cosiddetti “contratti pirati” non sono rare le iniziative pilotate da singoli consulenti del lavoro che, per mantenere in vita imprese e anche settori produttivi (si pensi al caso dei faconisti del tessile), hanno avviato inedite esperienze contrattuali di dubbia natura e qualificazione giuridica», dice Tiraboschi.

«Ora, se la rappresentanza tradizionale di imprese e lavoro ha progressivamente perso terreno – al punto da non essere consultata per la designazione del Ministro del lavoro, cosa un tempo neppure lontanamente immaginabile – non poche colpe sono attribuibili al suo ritardo storico nel capire le trasformazioni del lavoro e adottare, conseguentemente, coraggiose e realmente nuove strategie di difesa e costruzione sociale degli interessi dei loro associati. Resta tuttavia il fatto che la decisione» imputabile direttamente, almeno così si sussurra, al Neopresidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni «apre ora due grandi interrogativi», spiega il giuslavorista.

«Il primo all’interno della politica italiana, in questo caso del centro destra, incapace di esprimere una figura politica espressione di una cultura del lavoro (riformista o meno è altra questione) che, dai tempi della legge Biagi, è finita via via per scomparire letteralmente dai radar del dibattito pubblico anche per l’incapacità di rinnovarsi e di tradurre in realtà quanto contenuto nei progetti di modernizzazione del diritto del lavoro».

«Il secondo con impatto sostanziale sul futuro prossimo di imprese e lavoratori, nella convinzione di poter affidare ad un tecnico, per quanto d’area come si usa dire in questi casi, questioni che di tecnico hanno davvero ben poco traducendosi necessariamente in scelte che, nel decidere le sorti di milioni di lavoratori e imprese come di pensionati e disoccupati, hanno a che fare, prioritariamente con profili non formalistici ma di “interesse” nel delicato equilibrio, per l’appunto politico, tra sociale ed economico».

«Ed è qui che si possono rintracciare gli spunti più significativi della breve riflessione che abbiamo inteso avviare. È infatti nostra radicata convinzione che la drammaticità e l’urgenza delle questioni che si presenteranno nei prossimi mesi si potrà gestire solo applicando un metodo che non è tecnico ma politico, quello delle relazioni industriali e del dialogo sociale», afferma Tiraboschi.

E che questa «sia la direzione da seguire» conclude Tiraboschi «ci pare averlo capito per prima la stessa Marina Calderone che nella prima dichiarazione ufficiale, nel mostrarsi “onorata e orgogliosa” di poter mettere il suo impegno a disposizione del Paese, ha prontamente ammesso «la necessita di soluzioni frutto di un rinnovato dialogo sociale (…) affinché si possano trovare soluzioni condivise a beneficio del mondo delle imprese, dei lavoratori dipendenti e autonomi e più in generale di un mondo del lavoro sempre più inclusivo, contrastando forme di disuguaglianza e povertà”».

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