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[Lo scenario] La prova di forza della Meloni: il no a Berlusconi e il messaggio agli alleati in crisi

Il giorno in cui Silvio Berlusconi prova a mettere in discussione la linea scelta da Giorgia Meloni finisce con una clamorosa sconfitta e un partito allo sbando.

La decisione di non votare Ignazio La Russa come presidente del Senato apre diversi scenari, nel rapporto con gli alleati e negli equilibri interni del partito. Da un lato, ci si interroga sulle conseguenze di uno scontro frontale che ha portato gli azzurri a certificare la  loro “irrilevanza” numerica palazzo Madama. Dall’altro chi si chiede se mostrare i muscoli contro quella che lo stesso Cavaliere bolla come “la politica dei veti” di Meloni sia il segnale giusto da mandare prima ancora che la legislatura abbia veramente inizio. E’ su questo crinale che si giocheranno le trattative fino alla composizione ufficiale della squadra di  governo.

Il segnale e il metodo

Con la sua prova di forza, Giorgia Meloni ha mandato un segnale: la priorità è fare un governo subito, tutto il resto «sono questioni secondarie». Nei giorni scorsi era diventato una specie di mantra: «Non c’è tempo da perdere». Costi quel che costi, e il prezzo è stato alto: una mossa che ha messo nell’angolo Forza Italia con conseguenze imprevedibili. «Noi lavoriamo per fare immediatamente tutto e occuparci dei problemi degli italiani – dice uscendo dalla Camera – Questa è la cosa che mi interessa, spero valga anche per gli altri, ma questo lo verificheremo»

La scelta di votare per Ignazio La Russa alla presidenza del Senato anche in assenza di un accordo con Forza Italia è dettata dalla fretta, appunto, ma anche dalla volontà di imporre un metodo: le carte le dà lei.

Niente accordi al ribasso

«La leadership va rafforzata sin da subito», ripetono i colonnelli. Per tutto il giorno Meloni lo ripete: «Non voglio fare un governicchio». Nel conto viene messa anche l’implosione di Forza Italia, un processo che alcuni dirigenti di FdI avevano previsto e che ora sembra aver subito un’accelerazione improvvisa. Oggi però c’è il secondo tempo di una partita che Meloni ritiene di avere in tasca, «confido che avremo il presidente della Camera alla prima votazione utile». Anche per mancanze di alternative: «Se non c’è la possibilità di andare avanti allora si va a votare», arriva a dire ai suoi. Anche il cambio di candidato leghista per la presidenza della Camera, da Riccardo Molinari a Lorenzo Fontana, lascia stupiti i fedelissimi di Meloni: «Sono problemi interni, l’importante è che sia chiaro chi decide».

Imposta la leadership

«Ci sono diversi angoli da cui osservare il giorno più lungo del centrodestra al Senato- è l’analisi di Stefano Folli, editorialista di Repubblica – ma uno in particolare merita attenzione. Ieri abbiamo assistito sia al collasso di Forza Italia sia alla contemporanea affermazione della leadership di Giorgia Meloni. Di lei, della sua determinazione, qualcuno aveva dubitato. Invece ha saputo dire “no” a Berlusconi su un nome preciso che le era stato proposto per un ministero e non si è spaventata di fronte alla deflagrazione del caso. Poteva agire diversamente? Certo, avrebbe potuto mettere insieme i tasselli del governo nel modo tradizionale: cucendo insieme le indicazioni dei due partiti “alleati” così da presentarsi davanti a Mattarella, nei prossimi giorni, come la delegata dell’intesa FI-FdI-Lega, i cui fili erano tenuti in mano dal vecchio “regista”, come lo stesso Berlusconi amava presentarsi. Sarebbe stato un comportamento senza dubbio più prudente. Tuttavia avrebbe condizionato da subito la presidenza del Consiglio e ipotecato il cammino del governo».

«Giorgia Meloni si è presa i suoi rischi e con ciò ha trasmesso all’esterno un messaggio chiaro: la vincitrice delle elezioni è lei, visto che FdI vale il 26 per cento contro l’8 dei berlusconiani e qualcosa di più, l’8,8, dei leghisti. Certo – prosegue Folli – se il disimpegno di Forza Italia avesse provocato la mancata elezione di La Russa, lo smacco sarebbe stato della premier in pectore. Così invece si dimostra che il partito berlusconiano, un tempo architrave del centrodestra, non è più decisivo. Il neo presidente del Senato ha perso oltre 20 voti, tra le schede bianche e qualche franco tiratore. Ma li ha riavuti tutti, anche uno o due in più, grazie all’aiuto ricevuto dall’opposizione. E questo è un fattore cruciale in termini politici. Abbiamo assistito non solo alla disfatta di Forza Italia, ma anche a qualche sommovimento clandestino nel recinto del centrosinistra. Come dire che entrambe le coalizioni stanno cercando nuovi assetti. L’elezione del presidente del Senato era il terreno adatto per avviare le manovre, tanto più che il centrosinistra non presentava un suo candidato, però attendiamoci altri passi nel prossimo futuro. Nel frattempo si vedrà come saranno distribuite le vicepresidenze di Palazzo Madama nonché, più in generale, a chi andranno le presidenze delle commissioni di garanzia spettanti all’opposizione. In ogni caso, chiunque ieri abbia preso l’iniziativa (Renzi, i centristi del Pd, la corrente di Base Riformista o altri), è plausibile che Giorgia Meloni fosse informata. Il suo azzardo era quindi temperato dall’ombrello che stava per aprirsi a favore di La Russa. E c’è un altro risvolto da non sottovalutare. L’operazione che ha destabilizzato il partito di Berlusconi è stata resa possibile dal patto, questo sì ben calibrato, stretto tra la leader di Fdl e Matteo Salvini».

Già troppe macerie nella colazione

“Parte la legislatura e nessuno poteva immaginare, soltanto pochi giorni fa, un avvio più caotico”. Francesco Bei su Repubblica sottolinea come “la destra, che aveva chiuso la campagna elettorale a Piazza del Popolo con baldanzosa sicurezza e proclami di incrollabile unità, si sgretola alla prima prova.  Berlusconi, rimesso piede in Senato dopo l’onta della decadenza, deve sottoporsi a una delle più cocenti umiliazioni pubbliche nella stessa aula da cui era stato estromesso nove anni fa. Soltanto, questa volta, a opera degli alleati. E misura sulla sua pelle, dopo aver scommesso contro l’elezione di Ignazio La Russa, l’irrilevanza del suo gruppo. Ma – sottolinea l’editorialista – l’anziano ex presidente del Consiglio, costretto a mostrarsi nella sua vulnerabilità anche fisica sotto gli occhi delle telecamere, non è l’unico sconfitto. Perché nel centrodestra anche Salvini è stato costretto prima a rinunciare alla presidenza del Senato, promessa invano a Calderoli, quindi al fido Molinari alla Camera. E si ritroverà, secondo i piani di Meloni, il suo avversario interno — il draghiano Giancarlo Giorgetti — nel ministero più importante che sarà concesso alla Lega, quello dell’Economia. È il primo giorno della nuova legislatura e già il panorama interno alla coalizione è colmo di macerie. Apparentemente Giorgia Meloni oggi segna un punto. I figli di un dio minore, i postfascisti che nel ventennio berlusconiano erano costretti a ringraziare per il solo fatto di essere stati ‘sdoganati’ dal monarca di Arcore, si sono presi ieri la loro rivincita sulla storia. Hanno messo all’angolo gli alleati, forti del consenso elettorale che ha portato un piccolo movimento di destra identitaria a essere il principale partito italiano, con una forza distribuita in maniera uniforme dalla Lombardia alla Sicilia. Ma tutto questo ha un prezzo. Paradossalmente Meloni sta vincendo troppo: il cartello elettorale che ha messo in piedi per sfruttare la regola maggioritaria del Rosatellum, è già in pezzi. E ad averlo sfasciato è stata lei stessa. La debolezza dei suoi due partner – conclude Bei – come una malattia contagiosa, diventerà presto anche la sua debolezza”.

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