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[Lo scenario] Ecco come sarà la Manovra del Governo Meloni

Manca pochissimo al via del percorso formale per la stesura della manovra economica, la prima del governo guidato da Giorgia Meloni. Al massimo durante l’ultima decade di novembre e il testo approderà prima in Consiglio dei ministri, poi dopo l’approvazione a Palazzo Chigi verrà inviato a Bruxelles per avviare una interlocuzione con l’Unione europea. Si prospetta una manovra quasi interamente dedicata a tentare di contrastare l’impatto dei rincari energetici su famiglie ed imprese, che affronti anche il nodo fisco – con un innalzamento dei redditi potenzialmente interessati dalla flat tax – e la revisione di platea e termini per percepire il reddito di cittadinanza. C’è poi anche il capitolo pensioni, con possibili misure per evitare che dal 1° gennaio scatti la legge Fornero.

Oggi il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, debutta all’Ecofin, una prima occasione di contatto per far conoscere in Europa le misure allo studio. Il ministro ha in agenda anche un fitto programma di incontri bilaterali: Sigrid Kaag, ministro delle Finanze dei Paesi Bassi, Paschal Donohe, presidente dell’eurogruppo e ministro delle Finanze dell’Irlanda e Bruno Le Maire, titolare dei conti della Francia. Nel frattempo, in Parlamento, a quanto filtra, sono in corso le interlocuzioni finali tra i partiti della maggioranza per la definizione della guida delle Commissioni, che verranno elette mercoledì, con una possibile coda giovedì in Senato.

Per la presidenza della Commissione Bilancio alla Camera da più parti viene proposto il nome di Giulio Tremonti, eletto con FdI, ma l’ex ministro dell’Economia non sarebbe l’unico profilo su cui si sta ragionando. Molto dipenderà dagli equilibri tra le forze della coalizione. Di sicuro l’esecutivo ha bisogno di fare presto, dato che viste le scadenze elettorali il testo della manovra arriverà in Parlamento con oltre un mese di ritardo rispetto al calendario consueto. L’obiettivo del governo è mitigare gli effetti del caro energia con un approccio che Giorgetti definisce «prudente, realistico e sostenibile».

La Nadef approvata venerdì scorso dal Consiglio dei ministri rivede e integra le previsioni macroeconomiche e tendenziali di finanza pubblica approvate lo scorso 28 settembre dal governo di Mario Draghi, che contenevano solamente le spese incomprimibili, elaborando ora anche lo scenario programmatico per il triennio 2023-2025. Sul piatto ci sono circa 30 miliardi di euro per arginare il caro bollette. Il documento destina per il 2023 circa 21 miliardi di euro alle misure di contrasto all’aumento dei costi energetici, da cui deriva anche l’impennata dell’inflazione.

A queste risorse si aggiungono circa 9 miliardi derivanti dal cosiddetto extragettito del 2022, che saranno oggetto di un apposito decreto aiuti quater che dovrebbe arrivare già nei prossimi giorni. La previsione di crescita del Pil nello scenario tendenziale a legislazione vigente è stata rivista al rialzo per il 2022, da 3,3% a 3,7%, mentre quella per il 2023 è stata ridotta dallo 0,6% allo 0,3%. Per i due anni successivi, invece, le stime sono rimaste invariate all’1,8% e all’1,5%. Mentre la crescita programmatica per il 2023 è dello 0,6%. Quanto alle stime del deficit tendenziale vengono confermate quelle di settembre: nel 2022 e nel 2023 l’indebitamento netto è previsto, rispettivamente, al 5,1% e al 3,4% del Pil. In lieve rialzo le previsioni di deficit per il 2024, dal 3,5 al 3,6% del Pil, e per il 2025, dal 3,2 al 3,3%.

La manovra affronterà anche dei primi interventi in materia fiscale e sulle politiche di welfare. In campagna elettorale i partiti del centrodestra hanno parlato con vari accenti di ampliamento della flat tax, revisione del reddito di cittadinanza e taglio del cuneo fiscale per liberare risorse in busta paga per i lavoratori. «Stiamo lavorando su quota 100 mila al 15%», riferisce il vicepremier Matteo Salvini, in materia di flat tax, ricordando che fra “dieci giorni” si entra nel pieno della legge di Bilancio.

Mentre il sottosegretario leghista al Mef, Federico Freni, specifica: «Cominciamo con autonomi e partite Iva, con innalzare la soglia da 65 fino a 100 mila euro, forse qualcosina meno, potremmo fare 85/90 mila, dipenderà anche da alcune variabili macroeconomiche un po’ meno dipendenti da noi». Più cauto, per ora, il ministro dell’Imprese e del Made in Itali, Adolfo Urso, che sottolinea: «Siamo ancora nel campo delle ipotesi, è un cantiere aperto, ne discuteremo con parti sociali e sindacati».

Quanto al reddito di cittadinanza, in un’intervista al Corriere della Sera il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon avverte: «Il sussidio non può essere a vita, va fissato un termine oltre il quale non si può andare, un po’ come con la Naspi (l’indennità di disoccupazione ndr)». Secondo l’esponente leghista, un percorso «ragionevole prevede, dopo i primi 18 mesi di Reddito, che si possa andare avanti al massimo per altri due anni e mezzo, ma con un décalage».

Su questo punto Urso argomenta: «Il taglio del cuneo fiscale deve consentirci di aumentare il compenso in busta paga. Il reddito di cittadinanza va mantenuto solo per chi non può lavorare o per le famiglie numerose. Bisogna recuperare energie oggi destinate al sussidio per incrementare l’occupazione e lo stipendio di chi è occupato». Ma il segretario della Cgil, Maurizio Landini, avverte: «Il tema di fondo sul reddito di cittadinanza è creare il lavoro che non c’è, in molti casi il problema è che non sono in grado di fare proposte a chi il lavoro non ce l’ha. È inutile fare discussioni finte o ideologiche. In realtà qui il lavoro non c’è e quando te lo propongono è un lavoro in nero, sottopagato o precario». 

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