Il Presidente dell’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia, Luigi Balestra, ha incontrato il Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, per affrontare il tema della ripartenza dell’Italia dal punto di vista del mondo dell’Università e della Ricerca.
Ministro Messa, grazie per la sua disponibilità. Vorremo partire da ciò che ci sta maggiormente a cuore: la ripartenza dell’Italia. Quali sono le leve su cui secondo lei bisogna agire in concreto al fine di far riparte l’Italia secondo canoni di concreta efficienza?
Nel nostro Piano ItaliaDomani credo ci sia una categoria da tenere, più di altre, al centro dell’attenzione: i giovani. Pertanto, le leve su cui agire sono quelle che dovranno consentire loro di prendere in mano le redini del futuro del Paese e di essere in grado di leggere le situazioni che diventeranno sempre più complesse e di saperle affrontare. Tra queste, le più importanti sono la formazione, gli investimenti sulle competenze e sulla ricerca poiché trasversali su tutti i fronti.
Con il Next Generation EU dobbiamo compiere un salto vero, soprattutto nei settori della transizione digitale ed ecologica, un balzo che sarà guidato da persone che il sistema universitario è chiamato a preparare al meglio proprio per le sfide che ci aspettano.
La pandemia ci ha fatto – e, per certi versi, costretto a – riconsiderare il mondo della ricerca, aprendo la possibilità a nuove riflessioni sul suo ruolo e sul suo significato. Dal suo punto di vista, sono maturi i tempi per guardare con occhi diversi alla Ricerca, da intendere quale componente imprescindibile di uno sviluppo sostenibile?
Direi di sì. Come ho avuto modo di dire più volte, ci sono lezioni recenti, a partire dalla pandemia, che hanno lasciato profondi segni nella società e che hanno contribuito a creare in Italia, un Paese che è sempre stato poco interessato alla ricerca e alla scienza, un clima diverso. Con questa lunga emergenza, il ruolo sociale della scienza è diventato più chiaro ed evidente a tutti. Nei Paesi anglosassoni ogni cittadino investe nella ricerca, da noi molto poco. La ricerca è sempre stata vista, sbagliando, lontana dalla quotidianità di molti. Ma questa visione, grazie al fatto che dopo neanche un anno dall’inizio della pandemia avessimo a disposizione un vaccino a contrastarla, ha convinto quasi tutti del fatto che la scienza può cambiare le sorti di ognuno e della comunità.
Tutto questo ha risvegliato le persone ad avere fiducia nella scienza e nella ricerca, fiducia che non deve essere sprecata o tradita.
Uno degli elementi che farà da traino sarà proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Una specifica “missione” viene dedicata all’Istruzione e alla Ricerca per un investimento di 31,9 miliardi con l’obiettivo di rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e tecnico-scientifiche, la ricerca e il trasferimento tecnologico. Quali sono gli effetti, in termini di cambiamento, che possono prevedersi?
Gli obiettivi che grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma non solo, ci prefiggiamo sono diversi: innalzare il livello di attrazione, competitività e innovazione dell’Italia, elevandone il livello formativo, la capacità di fare ricerca e di trasformare i risultati conseguiti in attività di interesse economico e sociale sostenibili e duraturi nel tempo, grazie a una forte e sana interazione tra pubblico e privato.
Dobbiamo fare in modo che la formazione universitaria e del nostro sistema artistico e musicale sia più attrattiva, equa, internazionale e in grado di proporre al mondo del lavoro persone con le competenze adeguate a governare le transizioni che aspettano il Paese. Abbiamo iniziato ad aumentare la flessibilità dei corsi di studio e dei percorsi interdisciplinari per rispondere alle emergenti esigenze di competenze trasversali. Abbiamo iniziato a introdurre vari strumenti – da un migliore orientamento alle incentivazioni – per superare le differenze di genere nella scelta dei corsi di studio, soprattutto nei percorsi STEM.
Sul fronte della ricerca, invece, mi aspetto che si passi a un periodo di vera e sana collaborazione, dato che oggi le risorse ci sono e cresceranno negli anni. Dobbiamo fare massa critica per competere a livello internazionale, e questo lo riusciremo a ottenere con la creazione e il potenziamento di filiere su cui, come Paese, decidiamo di puntare.
Rispetto al mondo dell’Università, alcune settimane fa lei a Milano ha invitato gli Atenei a “liberarsi dalle zavorre” per poter realmente ripartire. A cosa si riferiva?
Oggi le università sono invitate a ripensarsi in una prospettiva futura capace di interpretare la complessità e i cambiamenti che investono il mercato del lavoro, l’ambiente, la qualità della vita e la ricerca stessa oltre che la didattica. Per questo è molto urgente interrogarsi su come costruire una nuova università ed è indispensabile per ciascun ateneo cambiare prospettiva.
Occorre eliminare quelle zavorre, come ho già detto, normative e cultuali, che impediscono agli atenei di mettere in campo compiutamente tutto il loro potenziale a favore degli studenti e della società in generale.
Le zavorre sono un insieme di rigidità che ingessano: dai settori scientifico-disciplinari ormai superati, ai modelli organizzativi, dall’autonomia autoreferenziale alle modalità di reclutamento, alla parcellizzazione dell’attività didattica.
Per riuscire ad alleggerire questi lacci ci vuole il contributo di tutti, a partire dalle università che devono, prima di tutto, saper riconoscere il merito al fine di valorizzare le capacità individuali dei componenti di tutta la comunità: studenti, docenti e personale.
Parlando dei fondi del PNRR destinati alle Università, quali ritiene siano le priorità su cui intervenire grazie a questa immissione di liquidità? Quali progetti sono stati individuati? E, soprattutto, ritiene ci siano le condizioni reali per portarli a termine, generando così la vera erogazione di denaro?
All’interno del PNRR, integrato con i fondi REACT-EU, sono circa 3,5 miliardi le risorse destinate agli investimenti per università e istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e per i dottorati di ricerca.
Al welfare studentesco sono destinati 1,91 miliardi di euro (di cui 450 milioni da fondi REACT-EU). Lo stanziamento consentirà di quasi triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026 e di aumentare l’importo delle borse di studio, allargando al contempo la platea degli studenti beneficiari.
A queste voci si affiancano le risorse, 500 milioni di euro, per qualificare la didattica e le competenze universitarie avanzate e per l’orientamento attivo nella transizione scuola-lavoro (250 milioni di euro), un programma rivolto agli studenti, a partire dal terzo anno della scuola superiore, che prevede corsi brevi erogati da docenti universitari e insegnanti scolastici che consentiranno agli studenti di comprendere al meglio l’offerta dei percorsi didattici universitari e di colmare i gap presenti nelle competenze di base che sono richieste.
Per i dottorati sono destinati 1,51 miliardi di euro: 430 milioni di euro per l’estensione del numero di dottorati di ricerca, inclusi anche i dottorati per la pubblica amministrazione e per i beni culturali, 600 milioni per quelli innovativi che rispondono ai fabbisogni segnalati dal mondo delle imprese e 480 milioni da fondi REACT-EU per dottorati green e digital.
Il tema della formazione, a cui si accompagna la necessità sempre più avvertita di far perno su valori alti e condivisi al fine di combattere plurimi e persistenti fenomeni negativi che connotano il mondo giovanile, è divenuto ineludibile. Quali sono i compiti di cui l’Università deve farsi carico? E come declinarli nel rapporto con il mondo della scuola?
La missione dell’Università in Italia – una missione che oggi più che mai deve, se possibile, consolidarsi – è quella di trasferire ai giovani un metodo che nasce dalla combinazione equilibrata tra una ricerca di qualità che deve essere portata avanti nei nostri atenei e la formazione. Questo è ciò che le ragazze e i ragazzi che decidono di proseguire il percorso universitario devono trovare.
L’orientamento è uno degli elementi fondamentali su cui puntiamo sia per la scuola che per l’università; è un elemento da ripensare – e lo stiamo facendo anche con il ministero dell’Istruzione – perché non possiamo più limitarci a presentare ai ragazzi il panorama delle possibilità dei percorsi che esistono dopo le scuole superiori, ma dobbiamo accompagnarli, dobbiamo aiutarli a scegliere in base alle loro aspirazioni, ai loro obiettivi ma anche alle loro capacità. E questo è profondamente diverso da ciò che si fa oggi.
Una delle difficoltà più evidenti che sta emergendo in questo primo periodo di ripartenza è il reperimento da parte delle imprese di professionalità idonee ad affrontare le nuove sfide della digitalizzazione e della sostenibilità. Quali sono le progettualità che si possono mettere in cantiere ai fini dell’implementazione del dialogo tra il mondo universitario e quello del lavoro? Le repentine variazioni che la pandemia ha imposto al mondo del lavoro trovano il corretto contraltare nei percorsi formativi e accademici offerti dai nostri Atenei?
Stiamo cambiando l’offerta formativa dell’università che, senza perdere quel metodo e quella combinazione di formazione e ricerca di cui parlavo prima, deve essere più vicina alla domanda del mondo del lavoro.
Con il decreto-legge contenente disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso 27 ottobre abbiamo introdotto una norma contenente l’indicazione dei criteri per riformare le classi di laurea, con l’obiettivo di favorire l’interdisciplinarietà, la flessibilità dei corsi di studio e la formazione di profili professionali innovativi. Abbiamo previsto, oltre alla razionalizzazione e all’aggiornamento dei settori scientifico-disciplinari, che una parte dei crediti formativi sia riservata a insegnamenti, laboratori, esercitazioni, seminari relativi a settori o ambiti disciplinari non previsti per le attività di base o caratterizzanti il corso di studio.
È un primo importante passaggio per consentire agli atenei di offrire corsi innovativi che sappiano incontrare gli interessi e le capacità di studio delle nuove generazioni e, contemporaneamente, la domanda di competenze nuove che viene dal mondo del lavoro.
Le imprese sono state tra le più colpite dalla pandemia e ora sono chiamate a una digitalizzazione e una innovazione sempre più stringenti. Diventa così sempre più urgente trasformare la scienza in tecnologia e pensare a percorsi accademici sempre più orientati alla concretezza e all’immediata spendibilità delle professionalità che escono dalle Università, per consentire anche alle imprese una vera ripartenza. Ritiene che sia un obiettivo realmente perseguibile?
Sono di certo obiettivi perseguibili se, come ho più volte detto, vengono affrontati come sistema Paese e non lasciati a limitati settori. La spendibilità della professionalità, e la sua valorizzazione, non è implicabile solo alla parte di formazione ma, in modo consistente, a chi quelle competenze le deve usare e valorizzare nel mondo del lavoro. Se in Italia il riconoscimento, anche economico, di determinate professionalità non è paragonabile a quanto avviene all’estero, il rischio di continuare a formare giovani che poi decidono di andare all’estero rimane elevato.
Altro tema molto importante per la ripartenza è quello della parità di genere, che forse proprio nel mondo della ricerca e in quello accademico rinviene sacche di resistenza. Come pensate di intervenire per garantire sempre maggiori pari opportunità?
Con diversi strumenti che vanno dall’inserimento di quote “riservate” alle donne per le borse di studio, per i dottorati, per le assunzioni, al rendere molto difficile a università, enti ma anche a imprese di partecipare a bandi, se non attenti a questo tema.
Per fare un esempio, nell’avviso recentemente pubblicato per la ricezione di proposte progettuali per la costituzione dei Centri nazionali nel settore della ricerca in filiera, tra i vari criteri abbiamo previsto che almeno il 40% del personale assunto o destinatario di borse di studio o di ricerca sostenute con le risorse messe a disposizione dal PNRR sia donna. Inoltre, tutti coloro che parteciperanno a questo e ai futuri bandi per la creazione delle filiere dovranno dimostrare di avere al proprio interno un bilancio di genere o una valutazione o un programma della parità di genere o dovranno comunque adottarlo entro un anno dalla partenza del progetto.
È chiaro, comunque, che il vero salto lo avremo fatto nel momento in cui tutti questi tetti e questi “vincoli” saranno naturalmente superati perché la parità sarà nella nostra quotidianità.
Qual è invece il rapporto che esiste tra le Università e le città in cui i singoli Atenei risiedono? Alle volte si ha l’impressione di corpi se non proprio avulsi, comunque distanti dalle interlocuzioni in vista dell’adozione delle scelte. Quali itinerari pensa debbano essere percorsi affinché l’impegno universitario generi slancio per la ripartenza delle città e per l’innovazione del futuro?
Le università che ho visitato e sto visitando mi sembra siano, al contrario, sempre più integrate nel tessuto territoriale. Questo dovrà avvenire sempre di più sia con gli atenei sia con le residenze universitarie.
Noi abbiamo un’idea di campus molto diversa da quella degli Stati Uniti. I nostri campus sono aperti, sono una continuità con la città dove l’università assume un ruolo centrale. Su questo si è già investito, ma i fondi, anche provenienti dal PNRR, saranno molti di più, arrivando a raddoppiare se non triplicare i posti letto. L’aspetto importante per questo investimento, oltre all’aumento del contributo dello Stato che arriva al 75% a fronte del precedente 50%, è che sarà destinato a misure che non prevederanno nuova occupazione di suolo pubblico. Sarà anche bello dal punto di vista della ristrutturazione di tante aree urbane che abbiamo, non solo nelle grandi città ma soprattutto nella provincia.
Parlando di futuro, non possiamo che pensare gli studenti che ogni giorno affollano le aule delle università. Quanto vede coinvolti i giovani di oggi nella tematica della ripartenza? E quanto pensa sia possibile trasferire oggi le conoscenze necessarie a formare la società di domani?
La risposta l’hanno data i giovani stessi che sono tornati in università, nelle aule, nelle biblioteche, nei laboratori appena è stato possibile e accogliendo senza particolari contestazioni l’obbligo del green pass. Lo dico spesso e da tempo: i giovani sono più pronti di quanto possiamo immaginare, basta solo che si abbia il coraggio, in tanti e vari settori, di cedere loro le redini per guidare la navigazione futura del Paese.
Infine, dal suo punto di vista come sta procedendo l’anno accademico in corso sotto il profilo dell’organizzazione della didattica e delle altre attività?
Siamo ripartiti in presenza già da maggio, perché la vita universitaria è fatta anche, e soprattutto di socialità, di confronti, di scambi di cui abbiamo voluto riappropriarci, ma siamo ripartiti con regole dettate da un principio di responsabilità solidale. Un principio che continua a guidarci anche oggi, tenendo costantemente monitorata la situazione. Siamo sempre pronti e flessibili a trovare l’equilibrio tra diritto alla salute e diritto allo studio di tutti.








