La situazione che stiamo vivendo impone una rinnovata vitalità da parte dei plurimi protagonisti della ripartenza, da declinarsi, tra l’altro, in termini di (nuova) progettualità, di innovatività, nonché di capacità di aggregazione. Per far ciò non possono essere sufficienti le iniziative dei singoli, le quali rischiano di essere confinate nell’alveo di percorsi sì lodevoli e meritori, ma incapaci, da soli, di dar vita a quei processi capillari e compiuti di cui il Paese ha, nell’attuale contesto storico, più che mai bisogno.
La riflessione non può prescindere dal considerare un dato di fatto difficilmente controvertibile. La pandemia, connotata da una capacità impattante generalizzata, ha messo a nudo i limiti di un fenomeno che negli anni più recenti ha assunto i connotati di una sorta di figura mitologica: la globalizzazione. Fenomeno che è andato incontro, per lo meno in alcune sue importanti componenti, a una brusca battuta d’arresto e che in un prossimo futuro vedrà sicuramente ridefiniti contenuti e modalità di estrinsecazione.
Con questa consapevolezza, è necessario che il processo di ripartenza e di sviluppo rinvenga il motore propulsivo, in termini di selezione di idee da coltivare, di elaborazione di progetti, di tessitura di relazioni capaci di generare vere e proprie reti aggregatrici, nei singoli e plurimi contesti territoriali. Ma con un approccio metodologico differente da quello che, per certi versi, ha dominato gli scenari del passato: occorre che a livello locale germini una capacità di andare – si perdoni il gioco di immagini – oltre la visione dello sviluppo locale, per abbracciarne una che guardi a plurimi territori e contesti, al fine di coglierne – senza avere necessariamente di mira caratteristiche di omogeneità – tutte quelle potenzialità idonee a creare sistema nelle specifiche eccellenze di cui i territori medesimi sono espressione.
Se si volge lo sguardo al settore delle attività economiche, il cui rilancio e sviluppo rappresenta una componente indefettibile dell’intero processo di ripartenza, può venire in considerazione – ma di certo si tratta di uno soltanto degli esempi proponibili – il ruolo delle Camere di commercio, le quali annoverano tra i compiti istituzionali il sostegno alle imprese e allo sviluppo dell’economia locale. Orbene si tratta di rivedere quest’ultimo concetto in chiave innovativa, avendo bene a mente che lo sviluppo, per potersi declinare in termini di effettività e di efficienza, deve saper guardare ad altre aree e a molteplici contesti, realizzando virtuosi sistemi di interazione.
La circostanza che le Camere di commercio siano chiamate a operare nelle circoscrizioni territoriali di competenza non può certamente rappresentare, a meno di non volersi uniformare a rigidi e desueti parametri formalistici, una ragione ostativa. Gli interessi generali che le Camere di commercio sono tenute a realizzare, se è vero che sono quelli della comunità di riferimento, rischierebbero di rimanere parzialmente incompiuti se non ci si desse carico di svilupparli in una dimensione più ampia.
Ben si può pensare a un’attività di mappatura dei territori, estesa anche a quelli limitrofi (ovvero a territori lontani ogni qualvolta vengano identificati profili e interessi cui dedicarsi in chiave di sistema), che sappia descrivere, in modo compiuto, il tessuto imprenditoriale, le intravedibili potenzialità di sviluppo, anche nella prospettiva della creazione di forme di aggregazione di impresa. Il tutto con l’obiettivo di individuare settori e interessi da coltivare e da implementare, sviluppando progetti che abbiano capacità di impattare secondo quel paradigma dell’innovazione che in epoca contemporanea è divenuto un’esigenza ineludibile.
Appare fondamentale pensare a meccanismi di valorizzazione del know-how posseduto dai protagonisti dei territori, anche al fine di ideare – secondo una logica progettuale – settori merceologici e mercati nuovi, all’uopo facilitando la creazione di percorsi di ricerca, che abbia a cuore l’innovazione tecnologica, quale miccia di innesco. Si tratta, in ultima analisi, di favorire la partecipazione di plurimi attori, secondo una logica di condivisione di obiettivi non solo delle singole iniziative imprenditoriali, ma di più ampia portata, in modo che ognuno si senta protagonista di un generale processo di rinnovamento e di ripartenza.
In questa direzione, le Camere di commercio potrebbero anche darsi carico di rivedere – ridisegnandone contenuti e modalità esplicative – e corroborare l’idea dei c.d. distretti produttivi, i quali negli anni Novanta contribuirono in modo determinante sia all’incremento dei livelli occupazionali sia del Know-how delle PMI, poi divenuto patrimonio comune dell’intero territorio nazionale.
È giunto il momento che i soggetti investiti di funzioni istituzionali reinterpretino, anche in virtù dell’elevato senso di responsabilizzazione cui tutti siamo chiamati dalle impellenti necessità scaturite dalla crisi, il proprio ruolo, dando vita a dinamiche di natura propositiva/propulsiva e, in tal modo, a nuovi e virtuosi percorsi.
Prendendo in prestito quanto ha scritto recentemente Marina Timoteo in un dialogo con Paolo Grossi – condensato in un bel volume del Mulino che si snoda lungo ben altri itinerari, ma che si presta a offrire spunti in plurime direzioni – occorre dar prova della capacità di volare, che tragga ispirazione da un pensiero creativo e fecondo.








