L’immorale guerra ha tali e tanti implicazioni sul piano geopolitico, economico, sociale, culturale, che è lecito attendersi ripercussioni, alcune delle quali irredimibili, per un tempo piuttosto lungo. È pertanto giusto che il dibattito sia ampio e approfondito, affinché le scelte possano essere il frutto di una vera condivisione, in un’ottica di salvaguardia non di facciata degli interessi che fanno capo alla generalità degli individui.
Tra le decisioni fondamentali che il nostro Paese, al pari degli altri, è chiamato a compiere ve ne è una quantomai delicata, concernente l’«irrobustimento» militare che l’attuale contingenza sembrerebbe richiedere in termini ancor più pressanti di quanto postulato nel recente passato.
Preliminarmente, un aspetto va chiarito. In uno scenario politico che, dapprima in ragione di una pandemia non ancora scongiurata, e adesso della guerra, richiede un elevato senso di responsabilità, nonché una capacità delle forze politiche di saper esprimere un’azione coesa, non è insano – anzi, tutto il contrario – che si apra una riflessione su temi cruciali. Pena, in difetto, il rischio che la coesione perda le sue virtù per trasformarsi in una deleteria omologazione.
Il tema della spesa militare merita di essere dibattuto, affinché ogni determinazione al riguardo venga assunta con piena convinzione. Ciò per almeno due ordini di ragioni: una etica, l’altra più propriamente pragmatica.
Eticamente parlando, armi e armamenti pongono il problema – non da oggi – di far sì che le relative decisioni siano il frutto di prese di posizioni equilibrate. Infatti, i «beni» fondamentali che vengono in considerazione (la vita, la pace, primi fra tutti) sono a tal punto basilari, ai fini della corretta esplicazione delle dinamiche democratiche nella prospettiva della pacifica convivenza civile, che il confronto – scevro da pregiudiziali retoriche, questo sì – diventa ineludibile.
La ragione pragmatica, la quale evoca la soddisfazione dei bisogni fondamentali degli individui – da assicurare in termini di esistenza libera e dignitosa (per richiamare la formula di cui all’art. 36 Cost.), ovvero, in non pochi casi, di vera e propria sopravvivenza – è da collegarsi a una situazione, in atto ormai da tempo, che ha acuito le difficoltà economiche con cui un numero esponenzialmente crescente di individui deve confrontarsi. Si sono così dilatate le voragini, divenendo ancor più profonde, che agitano i temi del sociale.
Non si possono inoltre tacere le grida di allarme su una ripresa che potrebbe bloccarsi repentinamente, anche in ragione dell’enorme scure dei costi dell’energia. Occorre poi indugiare con attenzione su una serie di altri concomitanti fenomeni; una crescita del PIL prevista in termini significativamente più bassi rispetto alle stime; gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici; e, ancora, la progettualità feconda, di cui il PNRR ben si presta ad essere intriso, che potrebbe evaporare per effetto dell’evento sopravvenuto guerra.
Tutto questo rende imprescindibile il confronto. Domandarsi quale sia il modo più efficiente di allocazione della spesa pubblica diventa un preciso dovere, morale prima ancora che istituzionale, del decisore politico.
Non pare dubbio che le ragioni appena esposte siano sufficienti a suffragare la sussistenza di un interesse primario a che il tema venga ampiamente discusso dalla politica, senza posizioni preconcette, ma con la sensibilità di chi avverte tutta la responsabilità, in primo luogo nei confronti dei cittadini, per la rilevanza delle scelte da compiere.








