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[L’intervento] Il decisionismo della Meloni e la sovranità temperata

di Marcello Clarich, ordinario Diritto Amministrativo Sapienza Università di Roma

L’agenda delle riforme annunciata da Giorgia Meloni nel suo discorso alla Camera il 25 ottobre scorso in vista della fiducia al nuovo governo da lei presieduto è più che altro una dichiarazione di intenti.

Tra i propositi vi è anzitutto la riforma della Costituzione nell’obiettivo “di passare da una democrazia interloquente a una democrazia decidente”.

La soluzione prediletta è il semipresidenzialismo alla francese, con un’apertura però anche ad altre soluzioni, magari da concordare con una parte dell’opposizione.

In realtà, in presenza di urgenze molto più pressanti, la riforma costituzionale non sembra avere una priorità assoluta.

Si prevede altresì di dar corso all’autonomia differenziata tra le Regioni, prevista fin dal 2001 dalla Costituzione, ma rimasta sostanzialmente inattuata.

Più articolato è invece il quadro relativo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). La preoccupazione principale è riuscire a utilizzare al meglio e nei tempi previsti i 68,9 miliardi a fondo perduto e i 122,6 miliardi a prestito attribuiti all’Italia dal Next Generation Eu.

Quanto alle possibili modifiche del Pnrr, più volte reclamate nel corso della campagna elettorale, l’approccio sarà “pragmatico, non ideologico”.

In ogni caso, gli aggiustamenti necessari per tener conto di fatti sopravvenuti non prevedibili, come i rincari dei prezzi delle materie prime e della crisi energetica, dovranno essere concordati con la Commissione.

Nessun braccio di ferro dunque in Europa. Ma il Pnrr non è solo un programma di investimenti. anche e forse soprattutto un piano di riforme strutturali. Tra quelle orizzontali, cioè trasversali alle singole missioni o obiettivi del Piano, figura per esempio la giustizia e la pubblica amministrazione.

Il nuovo governo intende proseguire lungo la strada imboccata dal governo Draghi, che ha già varato testi normativi volti ad accelerare soprattutto i tempi della giustizia e a sburocratizzare le procedure autorizzative.

Ma le riforme indicate nel Pnrr includono anche quelle cosiddette “abilitanti”, volte a rimuovere gli ostacoli che frenano la crescita economica.

Tra queste fondamentale è la legge di promozione della concorrenza approvata lo scorso luglio, che però richiede l’adozione di molti decreti attuativi. Su questo versante il discorso di Giorgia Meloni è sostanzialmente silente.

Anzitutto il sostantivo “concorrenza” compare una sola volta nell’intero testo a proposito delle infrastrutture strategiche nazionali.

Qui l’intento del governo è assicurare la proprietà pubblica delle reti “sulle quali le aziende potranno offrire servizi in regime di libera concorrenza, a partire da quella delle comunicazioni”.

L’accento sembra cadere più sulla proprietà pubblica delle reti, peraltro in gran parte già attuata, più che sulla concorrenza tra fornitori di servizi, garantita in molti ambiti dalla normativa europea.

Quanto alla transizione digitale essa dovrà accompagnarsi a una non ben precisata sovranità tecnologica, al cloud nazionale e alla cyber-security.

Non vi è poi alcun cenno a temi caldi come la riforma dei servizi pubblici locali o delle concessioni balneari.

Su entrambi i fronti il governo Draghi ha già spianato la strada. Infatti, quanto al primo è stato approvato poche settimane fa uno schema di decreto legislativo elaborato con il supporto di una commissione di esperti; quanto al secondo, la delega legislativa già fissa i criteri relativi alle gare che spetta al nuovo governo riempire di contenuto.

Assente è anche la riforma del Codice dei contratti pubblici ormai in uno stato avanzato. Infatti, pochi giorni fa il Consiglio di Stato, delegato a redigere il nuovo testo, ha consegnato a Palazzo Chigi un articolato completo che dovrà essere esaminato anche dal parlamento, dalla Conferenza Stato-Regioni e dal nuovo governo.

Per il resto il discorso di Giorgia Meloni accenna ad altre misure, come per esempio una clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale per le concessioni relative ad autostrade, aeroporti e altre infrastrutture pubbliche.

Si preannuncia che l’Italia ritornerà ad avere una politica industriale per valorizzare settori di eccellenza (moda, design, alta tecnologia, ecc…) e per garantire una piena sovranità alimentare.

Oltre alla revisione del reddito di cittadinanza si ipotizza una riforma fiscale con progressiva introduzione per l’Irpef del quoziente familiare e con una flat tax per le partite Iva dai 65 mila euro a 100 mila euro di fatturato, nonché sull’incremento di reddito rispetto al massimo raggiunto nel triennio precedente.

Il programma del nuovo governo presenta elementi di continuità e di discontinuità rispetto al passato recente. Il tutto all’insegna di quello che potrebbe essere definito come un “sovranismo temperato”.

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