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[L’intervento] Ignazio Visco (governatore Banca d’Italia): «La storia ci dice quello che siamo»

Riportiamo di seguito il testo dell’intervento di apertura del Governatore della Banca d’Italia Visco in occasione della presentazione del volume di Gianni Toniolo: Storia della Banca d’Italia. Tomo I. Formazione ed evoluzione di una banca centrale, 1893-1943.

Sono molto lieto di darvi il benvenuto alla presentazione del primo volume della storia della Banca d’Italia, al cui autore, Gianni Toniolo, va la nostra riconoscenza. Questo volume copre un periodo che parte dal 1893, l’anno di nascita della Banca, e arriva al 1943, una data che, come sottolinea Toniolo, “segna forse la maggiore cesura nella storia dell’Italia unita” e, al contempo, avvia il Paese verso una nuova epoca di democrazia e prosperità.

La Banca d’Italia ha da sempre coltivato una particolare attenzione per la storia economica, considerata come uno strumento rilevante per l’analisi dei problemi attuali e per la definizione delle decisioni che è chiamata a prendere, al pari della teoria economica e delle applicazioni quantitative, nonché dei necessari approfondimenti normativi e istituzionali. Questa “apertura alla storia”, come l’ha definita Pierluigi Ciocca, culminò quarant’anni fa nella decisione del governatore Carlo Azeglio Ciampi di dare avvio alla Collana Storica della Banca d’Italia per celebrare, nel 1993, il centenario dell’Istituto. Ciampi coinvolse i suoi predecessori, Paolo Baffi e Guido Carli, e chiamò come consulente scientifico l’eminente storico economico Carlo M. Cipolla.

Di fronte alla domanda “a che serve studiare la storia?”, Cipolla rispondeva che “la storia ci dice chi siamo e perché siamo quel che siamo … permette di vedere nella loro corretta dimensione … problemi attuali con cui dobbiamo confrontarci”. Allo stesso modo, il governatore Ciampi attribuì al progetto della Collana il duplice obiettivo di contribuire “alla comprensione storica dell’identità” della banca centrale italiana e di “dare a chi nella Banca opera e sarà chiamato a operare alimento di conoscenza e forza di decisione”. A questo scopo, si decise di dare impulso agli studi sull’attività della banca centrale “iniziando con la predisposizione del materiale statistico e documentario e con l’approfondimento delle vicende relative a momenti chiave nella storia della Banca d’Italia”.

Fu inoltre creato un apposito Ufficio Ricerche storiche, concepito e realizzato come struttura permanente, oggi Divisione Storia economica nel Dipartimento di Economia e Statistica. Il progetto di ricerca sulla storia dell’Istituto e la Collana Storica rappresentarono un’iniziativa culturale di ampio e lungo respiro, fondata sul contributo di studiosi esterni e sull’attività di ricerca storico-economica e archivistica condotta in Banca d’Italia. Sulla base dei 46 volumi pubblicati finora, accessibili oggi anche sul sito internet della Banca, ritengo che l’obiettivo iniziale sia stato pienamente raggiunto, superando anche le più ottimistiche aspettative. Ciò non sarebbe stato possibile senza l’impegno, spesso straordinario, di chi in questi decenni ha portato avanti l’iniziativa: il nostro personale, gli studiosi esterni, le case editrici che si sono succedute nella pubblicazione dei documenti, delle statistiche e dei contributi di analisi “atti” – come scrisse Ciampi – “a stimolare e ad agevolare indagini e riflessioni”.

Il nucleo iniziale della Collana Storica non fu pensato per essere una storia della Banca d’Italia di taglio monografico: non era infatti possibile scriverla in mancanza di una base documentaria ed empirica approfondita. Ricorrendo ancora alle parole di Ciampi: “solo dopo una analisi e una riflessione sulle vicende della Banca d’Italia che si fondino sullo studio del patrimonio archivistico esistente e sulla ricostruzione della necessaria documentazione statistica, si potrà pensare a un’opera di sintesi che abbia validità scientifica”. Il libro di Gianni Toniolo che oggi presentiamo si propone quindi di produrre, a distanza di quasi trent’anni dal nostro centenario, proprio l’auspicata opera di sintesi volta a dar conto dell’evoluzione della Banca d’Italia sulla base dei documenti, delle statistiche e delle analisi fino a oggi disponibili.

La lettura di questo primo volume conferma quanto sia importante il materiale su cui si fondano le analisi e le interpretazioni proposte dall’autore e quanto alta è la qualità del lavoro portato a termine da Toniolo, uno studioso che, in piena indipendenza, ha sin dall’inizio contribuito al progetto perseguito con la Collana Storica. Allo scopo di dar conto dei principali sviluppi dell’azione della Banca d’Italia fino alla costituzione dell’Unione economica e monetaria, seguirà un secondo volume, il cui cantiere è già aperto. Lo attendiamo con grande interesse, consapevoli dell’impegno che si richiede alla produzione di una storia della banca centrale che, come per il primo volume, non può che essere anche una storia dell’economia, e della politica, del nostro Paese.

E dopo aver letto quanto scritto finora siamo sicuri che anche in esso rinverremo i due requisiti che Luciano di Samosata pose alla base del Come si deve scrivere la storia: la capacità espressiva e l’intelligenza politica. Se, con Umberto Eco, “la storia non serve a sapere dove si va … ma da dove vieni”, è certo che al “da dove” si viene Toniolo dedica pagine originali e penetranti. Formazione ed evoluzione di una banca centrale non è infatti solo il sottotitolo di questo primo tomo, ma è l’indicazione stessa del modo in cui l’autore ha deciso di affrontare la sua versione della Storia della Banca d’Italia. L’obiettivo è di dar conto del come, nel divenire banca centrale, il nostro Istituto ha finito per giocare “un ruolo nello sviluppo dell’economia italiana maggiore di quello svolto da altre banche centrali nei rispettivi paesi”, cosicché la sua storia è, almeno in parte, “la storia dell’intera economia italiana”.

 Per conseguire questo obiettivo Toniolo osserva di non avere avuto “ambizioni di completezza”, di aver trattato alcuni aspetti della vita della Banca “in modo forse troppo sintetico”, di averne “quasi del tutto accantonati altri”, per fare emergere la vicenda complessiva attraverso sottolineature cruciali, ancorché particolari: l’iniziale, prolungata, tensione tra unicità e concorrenza nell’attività di emissione; l’ambiguità di una altrettanto prolungata incertezza nella separazione tra la funzione monetaria della Banca e la sua attività di banca commerciale; la definizione dell’autonomia nell’esercizio delle proprie funzioni “entro i confini segnati dalle leggi e dagli statuti”, come ebbe a mettere in chiaro Bonaldo Stringher quando fu nominato, nel 1900, al vertice dell’Istituto.

Nonostante la “non ambizione” sottolineata dall’autore, il libro è certamente completo e, soprattutto, efficace. Esso dà ben conto, in particolare, di come la Banca d’Italia acquisì progressivamente, specialmente grazie all’opera di Stringher, “il grande governatore” come lo definì il suo successore, un ruolo centrale nell’economia del Paese, a partire da interventi quali la conversione della Rendita italiana nel 1906 o la gestione della crisi finanziaria del 1907.

Dubbi sull’indipendenza del nostro istituto, in particolare durante l’era fascista, portarono Montagu Norman – per venticinque anni al vertice della Banca d’Inghilterra e celebre autore, anzi “fautore”, di una teoria della banca centrale fondata sui due principi della “indipendenza” e della “cooperazione internazionale” – a non appoggiare la stabilizzazione della lira nel 1927 (che poi si risolse in una rivalutazione senza dubbio eccessiva). Ma dalle pagine di Toniolo emerge come Stringher, nei trent’anni nei quali la diresse, fondò il contributo della Banca al “miglioramento” delle sorti dell’economia nazionale, più che sull’indipendenza formale, sull’influenza, a volte decisiva non solo sul piano operativo, sulla competenza e sull’indipendenza di giudizio.

Certo, le vicende che seguirono, così ben descritte nel libro di Toniolo, non videro una Banca d’Italia in grado di contrastare azioni di governo di cui pure a volte non condivideva obiettivi e modalità. La politica monetaria, limitata dal vincolo della stabilità di un cambio sopravvalutato, finì per essere pro-ciclica; limiti si incontrarono negli anni Trenta anche sul fronte degli interventi sul sistema bancario. Con la legge bancaria del 1936 l’Istituto fu trasformato in un ente di diritto pubblico e furono rivisti i poteri di vigilanza creditizia attribuendoli a un Ispettorato sottoposto alle direttive del governo ma con a capo il governatore e con il supporto decisivo dell’amministrazione centrale e periferica della Banca.

Come osserva Toniolo, il ruolo della Banca, in quest’ambito solo formalmente indebolito dalla costituzione dell’Ispettorato, fu di fatto rafforzato dalla legge bancaria. Di questo rafforzamento diede conto una memoria del giovane funzionario Paolo Baffi, il quale osservava come si fosse tenuta presente l’esigenza “di una stretta coordinazione tra politica monetaria e politica del credito, che per tanti aspetti formano una cosa sola”. Agli anni dell’autarchia e a quelli drammatici della “guerra totale” Toniolo dedica gli ultimi due capitoli di un libro che, alla necessaria sequenza cronologica delle vicende della Banca, accompagna approfondimenti e notazioni che aiutano a comprenderne non solo l’evoluzione ma anche l’influenza che avrebbe finito per acquisire.

È solo il caso di aggiungere che quell’influenza, fondata sì sulla competenza e sulle capacità operative, continuò a richiedere, come banca centrale e istituzione al servizio del Paese, l’esercizio di una consapevole indipendenza di giudizio. Proprio a questo credo che possa e debba servire una “Storia” quale quella così ammirevolmente esposta nelle pagine di questo libro: se non a sapere “dove si va”, a comprendere, anche sulla base di un passato così importante, come prepararsi per fronteggiare nel miglior modo possibile le sfide che continuamente siamo chiamati ad affrontare. Nel concludere, non posso non ringraziare tutti i partecipanti a questa conferenza, i relatori, gli organizzatori e, soprattutto, sono grato a Gianni per la passione che traspare dai suoi scritti, per l’opera magistrale che ha realizzato e per quella che scriverà nei prossimi anni.

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