SARS-CoV-2: invece che concentrarsi sul fenomeno biologico proviamo a prendere quello che è successo fra febbraio e aprile di quest’anno in un modo diverso, guardiamolo come fenomeno sociale e naturalmente partiamo dalla Cina.
Loro dopo la drammatica esperienza con la SARS hanno deciso di investire in ricerca; in particolare nel migliorare le proprie conoscenze in campo scientifico e tecnico e nella ricerca medica, creando tra l’altro Università di primo ordine e facendo tornare in Cina tutti gli studenti che si erano formati all’estero soprattutto negli Stati Uniti (da molti anni avevano cominciato a mandare fuori i loro migliori studenti sapendo che un giorno ne avrebbero avuto bisogno).
E così appena arriva il nuovo virus gli scienziati e i medici cinesi sono pronti, entrano subito in azione, curano i pazienti ma fanno anche altro: mettono insieme dati epidemiologici, clinici di laboratorio, radiologici e pubblicano subito i risultati.
I primi 41 casi di COVID-19 sono nel Lancet del 24 gennaio.
Chi organizza tutto è Bin Cao, professore di pneumologia e critical care medicine a Pechino.
Cao insegna a tutti i pneumologi del mondo come comportarsi con questo tipo di polmonite così diversa e così devastante. Spiegano a tutti, e prima di tutti, che un terzo dei pazienti avrà bisogno di terapia intensiva e che questo succede 5-10 giorni dopo l’inizio dei sintomi.
E poi che tutti hanno una TAC tipica con la quale si arriva alla diagnosi senza ombra di dubbio prima ancora del risultato del tampone e che i livelli di citochine nel sangue sono alti. Possibile?
Sì, perché la Cina sta vivendo il suo “Rinascimento” nelle arti, nella musica ma prima ancora nella scienza.
Nel 2018 la Cina ha generato più pubblicazioni scientifiche di qualunque altro paese al mondo e la tendenza degli ultimi anni suggerisce che presto i lavori che vengono dalla Cina saranno i più citati di tutti.
Gli scienziati cinesi sono fortissimi soprattutto nel campo dell’informatica e della fisica, meno nel campo della medicina, per adesso, ma COVID-19 ha dimostrato che anche qui i più bravi non hanno rivali.
Nel sequenziare il DNA oggi i cinesi sono più avanti di tutti, hanno strumenti avanzati e un esercito di bioinformatici che collaborano ormai con i ricercatori di mezzo mondo e presto saranno imbattibili.
Già tre anni fa gli scienziati della Cina avevano sequenziato l’intero genoma di un milione di uomini, un milione di animali e un milione di piante.
Ma non si sono fermati lì, adesso sequenziano di tutto, dal DNA dei reperti fossili dei nostri antenati a quello del panda gigante. E così erano pronti per il nuovo virus anche sul piano della ricerca genetica.
La sequenza del genoma di SARS-CoV-2 è stata pubblicata il 29 gennaio, di quest’anno. C’erano altre cose che il mondo voleva sapere.
Covid 19 è come Zika che in gravidanza si trasmette al feto con le conseguenze che sapevamo?
E allora i medici cinesi studiano il fluido amniotico, il sangue del cordone ombelicale, il latte materno, fanno il tampone ai bambini appena nati, ma non trovano nulla.
Questi bambini, al contrario di quelli delle donne che erano infettate con Zika, sono normali, stanno bene ma intanto aumentano i pazienti in terapia intensiva.
I primi dati fanno paura: il 62 percento di chi arriva alla terapia intensiva sviluppa una “multiorgan failure” (un danno irreversibile ad altri organi) e muore, ma i programmi di ricerca per l’emergenza sull’analisi del genoma virale, sui farmaci antivirali, sui vaccini sono impressionanti e la Cina sopprime e, per lo meno all’inizio, è capace di estinguere l’epidemia in poco tempo.
Ma c’è un’altra storia, quella di Li Wenliang, l’oculista a cui hanno chiuso la bocca quando ha provato a spiegare cosa stava capitando (per poi riabilitarlo quando era già morto di Covid -19).
“Non può esserci una voce sola in una società”, se libertà di parola e diritti fondamentali dei cittadini non vengono rispettati, disastri come quello che abbiamo vissuto sono destinati a ripetersi.
Se in Cina chiunque potesse esprimere le proprie opinioni e ci fossero libertà di parola e di stampa questa crisi si sarebbe fermata prima.
E il bello è che in Cina l’apparato dello Stato tradisce perfino il vecchio adagio di Mao (“fidati del popolo”), chi governa in Cina pensa tutto il contrario.
Del popolo ci si deve prendere cura fino ad amarlo se volete, e poi lo si deve proteggere, salvo poi esercitare un controllo assoluto sui cittadini e sui loro comportamenti.
Quanto alla fiducia no, non va concessa mai, a nessuno per nessuna ragione.
La Cina ha lavorato bene nel contenere l’epidemia a Wuhan, ma non è bastato.
Il governo ha un’ideologia sola, la sua e ci crede fino in fondo, ma se le idee non possono circolare la gente non ha punti di riferimento, non riesce a orientarsi, e alla fine, quando nessuno si fida più di nessuno, si finisce per attribuire all’epidemia, e poi alla pandemia, chissà quale significato recondito.
Invece “è successo e basta, non c’è niente di strano, ragioni profonde non ce ne sono”.
Siamo una specie qui sulla terra – come ce ne sono tante altre – senza un’importanza particolare e il virus – come si è visto – non ha alcuna venerazione per l’uomo, peggio: per lui un uomo vale l’altro.
L’epidemia ci ha messo a confronto con due circostanze opposte, medici, infermieri e chi si prendeva cura dei malati distrutti dal lavoro e gli altri a casa – costretti o per averlo scelto – a far niente (o quasi).
E non ditemi che ci si stanca anche a lavorare da casa.
La stanchezza di due notti in piedi, quella che ti assale quando speri che nuovi malati non ne arrivino più, quella che ti fa sbagliare perché non hai la forza di pensare a quello che fai, è un’altra cosa.
Chissà che il Coronavirus non possa essere l’occasione per reinventare la nostra società e averne una per cui lo Stato abbandoni i meccanismi legati al mercato e promuova la cooperazione in tutti i campi, ma soprattutto nel più delicato, quello della salute dei cittadini.
E che ci possa essere una svolta nella direzione giusta lo si è visto proprio in questi giorni: premi Nobel, personalità del mondo della scienza, dell’arte, della Chiesa (Muhamman Yunus, l’Arcivescovo Desmond Tutu, Mikhail Gorbachev, Malala Yousafzai, e poi attori e artisti come Bono e George Clooney per fare degli esempi) e tante altre personalità hanno fatto un appello rivolto a tutti i leader globali, ai governi e alle organizzazioni internazionali “affinché rendano dichiarazioni ufficiali che definiscano i vaccini per Covid-19 come un bene comune universale, esenti da qualsiasi diritto di brevetto e proprietà”.
Tutto il contrario di quello che sta facendo Trump negli Stati Uniti con l’acquisto da Gilead di tutte le scorte per i prossimi tre mesi di Remdesivir (l’unico dei farmaci antivirali che funziona con SARS-CoV-2, almeno un po’).
E non solo: ha offerto un miliardo di dollari ad un’azienda farmaceutica con sede a Tubinga – la CureVac – per garantire un efficace vaccino contro il Coronavirus “solo per gli Stati Uniti”.
Il ministro della sanità tedesco, Jens Spahn, peraltro ha subito dichiarato che di un’acquisizione di CureVac da parte dell’amministrazione Trump non se ne parla proprio.
CureVac svilupperò un vaccino per il mondo intero, e non per singoli Stati.
É lo scontro tra barbarie e civiltà.
Ma lo stesso Trump poi si deve appellare al “Defense Production Act” perché, almeno nell’emergenza, il settore privato si orienti a produrre dispositivi medici e così limita la libertà d’impresa.
La verità è che l’emergenza ci rende tutti un po’ più “socialisti”.
I servizi pubblici di base devono continuare a funzionare, Covid o non Covid, l’elettricità, l’acqua, il cibo, le medicine devono essere disponibili comunque e allora si scopre la funzione del “pubblico servizio”.
Ecco perché è venuto il momento di rivedere le nostre convinzioni e di andare oltre il Coronavirus: la Cina ha dovuto affrontare da poco un’influenza suina di grandi proporzioni e poi c’è la peste bubbonica (quella che viene dalle marmotte) e si teme persino un’invasione di cavallette.
E se vogliamo guardare ancora più in là, non possiamo fare a meno di riflettere sul fatto che nel giro di pochi anni i cambiamenti climatici uccideranno molte più persone di quanto abbia o avrà fatto il Coronavirus.
Perché allora non c’è nessuna forma di panico davanti a una situazione così grave? Non si capisce.
Tanto più che il nostro modo di vivere non è cambiato a causa del virus, ma per tutto quello che c’è stato e si è detto e scritto intorno, forse anche in buona fede.
Andando avanti chi avrà il coraggio di darsi la mano e tornare ad abbracciarsi?
Finirà per essere un privilegio di pochi?
C’è il rischio che per salvare l’umanità da uno dei tanti virus si rischi di creare uomini disponibili a sacrificare praticamente tutto delle loro attività, lavoro, affetti, religione, convinzioni politiche, ideali, di fronte al pericolo di ammalarsi.
Ma non potrà esserci salute e benessere per ciascuno di noi se non ci prendiamo cura della salute degli altri uomini e degli altri esseri viventi, incluse le piante.
Allevamenti e agricoltura intensivi, traffico internazionale di animali esotici, insediamenti dell’uomo sempre più vicini agli habitat degli animali selvatici e urbanizzazione estrema in certe aree del pianeta hanno distrutto l’interfaccia uomo-ambiente-animale.
I patogeni sono sempre passati dall’animale all’uomo, ma la crescita della popolazione mondiale e la profonda modificazione dell’ambiente rendono il “salto di specie” molto più frequente.
Se ne esce solo con una forma di solidarietà globale e di attenzione alla natura a cui fino a poco tempo fa soltanto un’élite di intellettuali particolarmente attenti aveva prestato attenzione, ma che d’ora in poi dovrà coinvolgere tutti.
Potrebbe anche non essere così, e la crisi sfociare invece in una nuova forma di egoismo: vivere o morire potrebbe dipendere dalla classe sociale a cui appartieni, si lasceranno sole le persone fragili e gli anziani e le app dei contagi si trasformeranno in una forma di controllo digitale della nostra vita.
Sarebbe la barbarie del peggior capitalismo, a vantaggio di pochi e a scapito dei più, per la salute prima di tutto.








