L’ISTAT comunica che il 2020, anno più “duro” dal sorgere della pandemia, registra un incremento rispetto all’anno precedente, di circa 100 miliardi di Euro della ricchezza delle famiglie, poco sopra al punto percentuale.
Una ricchezza suddivisa, quasi equamente, tra abitazioni e attività finanziarie.
L’aumento è da imputare principalmente alla crescita dei depositi; contenitore privilegiato dagli italiani verso il quale indirizzare il risparmio.
Fronte abitazioni e immobili non residenziali assistiamo ad una diminuzione, dovuta in parte, solo per alcune aree geografiche, al deprezzamento degli stessi.
Il fenomeno che spicca non è solamente l’aumento della ricchezza totale, quanto l’aumento delle attività finanziarie, in primis i depositi; risparmio degli italiani sempre consistente che supera l’ammontare del debito pubblico.
Fenomeno ben conosciuto dai nostri interlocutori internazionali; risparmio che si erge a pilastro del nostro paese.
Tema del debito pubblico, dal manifestarsi della pandemia, per certi versi dimenticato; siamo certi che tornerà sulle agende di chiunque, anche se pochi desiderano affrontarlo.
Nel 2020 aumenta anche la ricchezza netta delle società non finanziarie; per le imprese è da imputarsi all’incremento delle attività finanziarie, leggasi depositi.
Quest’ultimo fenomeno è di assoluta rilevanza, l’importante massa di liquidità in capo alle imprese “strutturate” induce ad una riflessione su quanto si investe per creare nuovo profitto e nuovo lavoro.
Da tempo, trend accentuato dalla pandemia, rileviamo una maggiore concentrazione della ricchezza.
Nel 2020 la distribuzione della ricchezza nazionale netta vedeva il 5% più ricco degli italiani detenerne il 40% del totale.
Negli ultimi 21 anni (terzo millennio) il top 10% ha visto crescere la ricchezza del 2,5%, mentre la metà più povera registra una diminuzione del 4.6%.
La ricchezza aumenta, si concentra e probabilmente pochi hanno a disposizione più di quel che serve; da alcuni economisti viene battezzata come un superfluo, superfluo che sfocia quasi nel privilegio.
A questa fotografia occorre aggiungere l’emersione di fenomeni, incidenti sia a livello globale sia a livello nazionale.
Si inizia con la pandemia, ritenevamo di esserne esautorati, crisi Russia/Ucraina, costo dell’energia, approvigionamento della materia prima, difficoltà delle imprese a reperire mano d’opera, inflazione su base annua al 7,9% alla fine del mese di luglio corrente.
Per ritrovare un tale livello inflattivo occorre risalire alla metà degli ottanta.
Percentuale su cui incide, oltre al costo dell’energia, (la cui corsa al rialzo pare rallentare, dopo il “botto primaverile”, anche per effetto degli interventi calmierativi attuati dal Governo), il costo di quanto è offerto sul banco del supermercato/alimentari ed i prodotti per la casa; certamente tutti nella direzione dei bisogni primari.
A tutto ciò si accompagna un livello salariale non certo all’avanguardia in Europa.
Dall’autunno non sarà facile registrare e mantenere l’attuale quota di consumi, seppur supportata da un più ampio ricorso al credito da parte delle famiglie.
Elemento imprescindibile per difenderci è adottare una politica indirizzata ad una maggiore distribuzione della ricchezza; fattore essenziale è favorire l’impiego del capitale/liquidità, a cominciare da quanto in dote alle imprese, verso investimenti che creino nuovo lavoro e un giusto profitto, per non rallentare il processo di crescita, inclusiva e sostenibile, orientata allo sviluppo di occupazione e competitività, anche in luce del reddito complessivo ancora inferiore al periodo pre-pandemico.
Indispensabile agire ulteriormente sul cuneo fiscale, incentivare le imprese ad investire in ricerca, innovazione e digitalizzazione, anche al fine di rispondere e affrontare l’emergenza climatica, ambientale e sociale, non più differibile.
Per raggiungere l’obiettivo, è fondamentale che ciascuno prenda coscienza della propria responsabilità sociale, in quanto parte e protagonista della comunità. Creare condizioni di sostenibilità permette di operare con più serenità e per diretta conseguenza otterremo migliori risultati per le imprese ed un migliore tenore di vita per le famiglie.
Siamo un popolo di creativi, innovatori, i nostri giovani spesso si distinguono in questo, mettiamo a frutto il nostro talento, lottiamo per arrivare prima, è bello anche farsi rincorrere. Favoriamo i nostri giovani, non sono per niente male, anzi!
Fondamentale che la ricchezza, o meglio il capitale venga impiegato e investito nel processo produttivo; compito primario del capitale è creare lavoro.
Attraverso il lavoro possiamo favorire una maggiore distribuzione della ricchezza e migliorare la qualità della nostra vita, altrimenti si profila all’orizzonte la redistribuzione.








