“L’irruzione via X di Elon Musk nella polemica italiana sul trasferimento dei migranti in Albania porta nel cuore dell’Europa il metodo di operare del team di Donald Trump, lasciando intendere come la battaglia sull’immigrazione è destinata a diventare un terreno sul quale la nuova amministrazione Usa misurerà le alleanze”.
Così Maurizio Molinari su Repubblica ricordando che “i democratici di Kamala Harris hanno imparato a loro spese il costo di sottovalutare l’efficacia della sovrapposizione fra aggressività politica e impatto dei social.
Se Musk ripropone tale approccio sul teatro europeo è perché la lotta all’immigrazione illegale è il primo e fondamentale tassello del movimento politico di Trump, che segnerà il debutto dell’amministrazione e diventerà il terreno di incontro — o di scontro — con partner e alleati.
Per comprendere il valore che tutto ciò ha per Trump – sottolinea l’editorialista – bisogna partire dal fatto che l’intesa con Musk assomiglia ad una fusione di idee, nasce sulla strategia contro Harris, punta a trasformare i settori più strategici — alta tecnologia, energia, tlc, spazio e funzionamento del governo — e dunque si propone come piattaforma naturale per una convergenza di azione politica con i possibili partner: dal presidente argentino Javier Milei ai conservatori canadesi Pierre Polievre e Melissa Lantsman, dalla Cdu tedesca di Friedrich Merz all’Ungheria di Viktor Orbán.
A questo disegno di rottura rivoluzionaria, tanto sul piano delle politiche interne che dei rapporti internazionali, manca il tassello mediterraneo e Musk, che conosce il nostro Paese, scommette sulla possibilità che Meloni torni a vestire i panni dell’appassionata leader che ospitò Steve Bannon, il primo ideologo del trumpismo, ad Atreju nel 2018 e parlò ai conservatori di Orlando, Florida, nel 2022.
È il primo test a cui Trump sottopone Meloni, anche se il secondo è già in arrivo: bilanciare uno squilibrio commerciale bilaterale a favore dell’Italia per circa 60 miliardi di dollari, così come nel caso della Germania si tratta di ben 140 miliardi, secondo le stime del team Trump.
E anche su questo fronte – conclude – è facile dedurre che l’intenzione del presidente eletto è di ridefinire i rapporti bilaterali proprio come, all’interno della Nato, avverrà chiedendo a tutti i partner di portare la spesa militare fino al 2,5 per cento del pil”.








