Lasciano perplesse le motivazioni che sarebbero alla base dell’aggressione israeliana all’Iran.
La meno convincente di tutte è quella che vedrebbe Israele impegnato in un “regime change” nella Repubblica islamica, con la benedizione della Comunità internazionale, compresi i Paesi arabi moderati in stragrande maggioranza di religione sunnita.
In realtà, questo obiettivo che il governo Netanyahu sostiene di perseguire con i raid mirati non soltanto a bersagli strategici e militari ma anche ai singoli rappresentanti delle gerarchie del potere iraniano (ayatollah, ministri e perfino scienziati nucleari), rischia di compattare intorno al regime la popolazione iraniana che, vedendosi aggredita, accresce la sua resistenza contro un nemico che vuole sopraffarla.
Storicamente, i tentativi di “regime change” sono stati fallimentari e hanno portato alla creazione di strutture di potere ancor più reazionarie, come in Afghanistan.
Non solo, ma il successo dell’operazione “Rising lion” appare molto condizionato dal sostegno politico-diplomatico dei Paesi arabi moderati, che difficilmente si muoveranno senza significative aperture sul problema palestinese.
Inoltre, i Paesi arabi sunniti, per quanto nemici dell’Iran sciita, vedono con preoccupazione l’affermarsi di uno strapotere israeliano nell’area mediorientale cui bene o male faceva da contrappeso l’Iran.
Senza guardare troppo lontano, le motivazioni israeliane dell’attacco all’Iran vanno ricercate in questo momento nella necessità del governo di Netanyahu di sfuggire alla pressione interna e internazionale.
In effetti, così facendo, la crisi di governo che si prospettava con l’uscita dalla maggioranza dei partiti ultraortodossi è stata scongiurata e il problema Gaza è uscito dai radar internazionali.
D’altra parte, il momento non poteva essere più propizio per una decisione così spericolata, con un’America guidata da un presidente inconcludente che subisce le iniziative dei più spregiudicati, una Russia alle prese con il conflitto ucraino e una Cina impegnata nel quadrante indo-pacifico con in vista l’obiettivo di Taiwan.
Resta solo da domandarsi fino a quando i principali stakeholders della Comunità internazionale potranno accettare che un singolo governo metta a repentaglio gli equilibri internazionali, con il rischio di un conflitto atomico per assicurare la propria sopravvivenza politica.








