Più il mondo si fa pericoloso, più l’Europa si dimostra inadeguata.
E questa inadeguatezza – spiega Giovanni Orsina su il Giornale – ha due sorgenti, una materiale e una morale.
Materialmente, il continente è povero di risorse naturali e, anche a motivo del ritardo tecnologico, insufficiente nella dotazione militare.
Sotto il profilo morale, Orsina ricorda come l’Unione Europea abbia preso forma fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, l’epoca in cui l’Occidente vinceva la Guerra Fredda e s’illudeva di poter esportare il proprio ordine in tutto il mondo.
Un ordine di ispirazione liberale ma a tinte utopiche, fondato sulla convinzione che i popoli della Terra fossero ormai destinati a convivere pacificamente all’interno di un quadro ben architettato di regole economiche e giuridiche, condividendo i frutti di un progresso costante e illimitato.
Un ordine a bassa se non bassissima intensità di politica: che cosa può restar mai della politica, in un mondo che imbriglia il potere in sistemi impersonali di regole e risolve i conflitti prima ancora che si presentino grazie a uno sviluppo economico e tecnologico che consente di dare di più a tutti senza togliere a nessuno?
Nata in questo clima – di più: nata unicamente perché questo clima le ha consentito di nascere –, l’Unione Europea è geneticamente depoliticizzata.
E negli ultimi trent’anni questa sua propensione congenita si è ulteriormente rafforzata.
Sia perché quel poco di politica che è riuscito a sopravvivere lo ha fatto nelle capitali nazionali, non a Bruxelles, ed è stato visto quindi come un ostacolo al progredire dell’integrazione continentale.
Oggi l’Europa è un anziano, esperto giocatore di calcio che si trova catapultato su un ring di pugilato.
A ogni pugno che riceve, protesta con l’arbitro: «Ma è fallo!».
Solo, nel gioco nuovo non è più fallo.
In più, l’arbitro si è messo pure lui a tirar cazzotti.
In queste condizioni, quel giocatore potrà salvarsi soltanto smettendo di far finta che il gioco cui partecipa sia ancora il calcio, prendendo atto della realtà e imparando la boxe.
Fuor di metafora: abbandonando ogni retorica, ormai sempre più paralizzante, e mettendosi con la massima urgenza a fare politica.








