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L’economia di Roma negli anni duemila | Il documento

Pubblichiamo il testo del paper “L’economia di Roma negli anni duemila. Cambiamenti strutturali, mercato del lavoro, diseguaglianze” di Raffaello Bronzini (coordinatore), Massimiliano Bolis, Federica Daniele, Claudia Di Carmine, Luigi Leva, Francesco Montaruli, Elena Romito, Daniele Ruggeri ed Elisa Scarinzi. Lo studio analizza l’economia dell’area metropolitana di Roma dagli inizi degli anni duemila fino alla vigilia della pandemia; il focus è su temi centrali quali l’andamento del benessere economico e sociale, l’evoluzione della struttura economica, la ricerca e l’innovazione, la demografia, il mercato del lavoro e le diseguaglianze dei redditi. Nonostante alcune dinamiche per molti aspetti non incoraggianti, l’economia di Roma presenta una serie di punti di forza:

  • il ruolo centrale dei servizi avanzati (“ad alta intensità di conoscenza”), nei quali Roma rimane specializzata sebbene meno intensamente che in passato; 
  • l’alto grado di internazionalizzazione dei servizi alle imprese; 
  • il peso rilevante dei lavoratori altamente qualificati e di quelli con istruzione superiore; 
  • un elevato tasso di natalità delle imprese, segnale di una significativa vitalità imprenditoriale, che ha contribuito alla crescita dell’occupazione in misura maggiore rispetto alle imprese già esistenti; 
  • l’elevato peso della ricerca pubblica, che si riflette sulla capacità innovativa della capitale. 

Nel periodo analizzato, l’economia di Roma ha avuto un andamento meno positivo rispetto alle altre aree metropolitane del Paese e alle maggiori capitali europee. Il PIL pro-capite è cresciuto meno a causa del deludente andamento della produttività; la crescita dell’occupazione e della popolazione è stata elevata e maggiore che nelle altre aree, mentre quella del prodotto è stata inferiore. Sono diversi i fattori che hanno contribuito a frenare la crescita della produttività della capitale:

  • rispetto alle altre aree metropolitane italiane, la crescita dell’occupazione è stata maggiore nei servizi tradizionali (cosiddetti “a bassa intensità di conoscenza”), anche in conseguenza del forte incremento del turismo e delle attività collegate; 
  • la storica specializzazione dell’economia romana nei servizi ad alta intensità di conoscenza si è sensibilmente ridotta; 
  • la deludente performance delle grandi imprese, soprattutto quelle a partecipazioni pubblica, che hanno un peso rilevante nell’economia della capitale, e il calo degli investimenti privati. 

Nei 20 anni analizzati, il numero di dipendenti pubblici è diminuito più che nella media delle altre città metropolitane; alla fine del periodo, a Roma il numero di lavoratori pubblici in rapporto alla popolazione e agli occupati totali era solo di poco superiore a quello delle maggiori città italiane, nonostante la presenza nella capitale delle principali amministrazioni pubbliche. A ridursi, più della media nazionale, sono stati anche gli investimenti pubblici.

La percentuale di laureati impiegati in occupazioni meno qualificate è cresciuta più rapidamente rispetto al resto del paese, ad indicare un maggiore disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Questo ha reso Roma meno allettante per i giovani laureati, come dimostra l’aumento di quelli che lasciano la città e la diminuzione di quelli in arrivo. La polarizzazione della crescita occupazionale nelle alte e basse qualifiche professionali è stata più marcata rispetto a Milano e alla media nazionale; ciò ha comportato un aumento delle disuguaglianze dei redditi.

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