Più autonomi o più soli?
È l’interrogativo giustamente posto dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, con riferimento all’autonomia regionale differenziata.
Ci vollero circa 22 anni per dare attuazione alle norme costituzionali relative all’istituzione e al funzionamento delle Regioni.
Per trovare una sintesi nel dibattito pubblico tra regionalisti e centralisti si fece ricorso all’indirizzo – che non era un semplice escamotage – delle «Regioni per unire», cioè per accrescere la coesione nella Repubblica una e indivisibile.
È molto difficile ritenere che oggi questo indirizzo si realizzi con l’autonomia differenziata.
Certo, si può sostenere che quest’ultima sia la logica conseguenza e attuazione della riforma costituzionale del 2001 riguardante gli articoli 116 e 117, variamente giudicata.
Ma sono i contenuti e il modo di dare a essi applicazione che sono in discussione, un’applicazione peraltro non imposta dalla Carta, ma fondata sulla discrezionalità: «possono essere attribuite alle Regioni» ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.
Conferire alle Regioni fino a 23 materie, cominciando con la sanità, la scuola, i trasporti, l’energia, la protezione civile eccetera, anche se si circoscrivono gli ambiti di competenza decentrata, è facilmente prevedibile che sfocerà anche nei contenuti, innanzitutto in comparti vitali come appunto la sanità e la scuola, frazionando gli indirizzi e le scelte di fondo.
Una possibile lesione della necessaria unitarietà nazionale.
Sarebbe eccessivo riproporre l’immagine del vestito di Arlecchino al quale ci si riferiva un tempo nei programmi delle scuole elementari e medie per rappresentare l’Italia pre-unitaria, con la pluralità di staterelli.
Ma qualcosa di quella rappresentazione sembra aleggiare nei possibili sviluppi, soprattutto nelle Regioni forti, dell’acquisizione dei poteri in questione che, a poco a poco, potrebbero ledere la cura unitaria di funzioni prioritarie dello Stato.
In una fase in cui si riflette sulla globalizzazione e si parla di processi di deglobalizzazione, mentre, da un altro versante, si accentuano le difficoltà geopolitiche con due conflitti principali in corso e l’Unione Europea tarda in alcuni settori o risulta incapace di dare risposte adeguate, il ripiegamento negli ambiti regionali, nell’hortus conclusus con le modalità in cui avviene appare una scelta difensiva, di chiusura.
Non è esente da critiche lo stesso procedimento con il quale si decide l’attribuzione alle Regioni della competenza nelle materie citate che parte dalla legge la quale, approvata dal Senato, ora passa alla valutazione della Camera, prevede poi un accordo tra Stato e singola Regione richiedente e trova nei Lep, i Livelli Essenziali di Prestazione, da garantire sull’intero territorio nazionale, la precondizione perché si possa attuare il trasferimento delle funzioni.
Da un lato, insomma, i rischi del frazionamento del governo di compiti fondamentali, dall’altro la fissazione dei Livelli con un procedimento che non vede un ruolo determinante del Parlamento.
Insomma, leggi «prendere o lasciare» e ruolo prioritario solo del governo.
I Lep, come a suo tempo ha scritto la Banca d’Italia, costituiscono un cardine della definizione dell’autonomia.
Sono la risposta a un diritto civile e sociale con la quale si tenta di rimediare a quello che viene definito da alcuni esperti come il rischio della separazione o della secessione dei ricchi.
Un punto di forza, ma anche di debolezza.
A quale standard le prestazioni saranno ancorate?
A quello delle Regioni più avanzate o a quello delle meno favorite o a una via di mezzo?
Poiché spetta allo Stato assicurare tali livelli (e per ora, come viene rilevato dagli oppositori, non esiste neppure un fondo di perequazione) l’operazione, che dovrà riguardare anche quelle regioni che non chiederanno la maggiore autonomia, comunque avrà significativi impatti sulla finanza pubblica, ovviabili soltanto se si pensa di fare un’operazione di mero imbellettamento, di facciata, senza incidere sulla sostanza o, peggio ancora, di concretare i Livelli nelle condizioni praticate dalle Regioni che effettuano prestazioni il cui carattere comporta, come si vede assai frequentemente, per esempio, i viaggi della speranza dal Sud verso il Nord per la cura di malattie.
L’aspetto delle risorse è cruciale.
A esso si collegano anche la capacità di indebitamento sul mercato da parte delle Regioni nonché i rapporti con il sistema bancario e finanziario, a cominciare dall’eventuale concessione di garanzie.
Insomma, il bilancio pubblico sarà gravato non da un’operazione a beneficio indistintamente e direttamente della collettività nazionale.
Una spaccatura nel Paese non si può di certo escludere, facendo risorgere, da un lato, ostilità, dall’altro, stigmatizzazioni, così come una conseguente forzatura della politica economica dello Stato oggi impegnato nella partecipazione alle diverse forme di unione e con i diversi vincoli e opportunità a livello europeo.
Forse si sarebbe ancora in tempo ad apportare almeno delle correzioni al processo per valorizzare il ruolo dello Stato in una Nazione che non ha di certo una storia federalista, non potendosi considerare tale quella dei ricordati staterelli, e che ha vissuto diverse fasi di contrapposizione tra Nord e Sud.
Accanto alle cinque Regioni a statuto speciale nasceranno altre Regioni a statuto separato che quasi si approssima a quello speciale.
Non una esaltante immagine.
Il rischio della solitudine evocato dal cardinale Parolin e dei contrasti è veramente incombente.








