L’elezione di Karol Nawrocki alla presidenza polacca – osserva sulla Stampa Stefano Stefanini – mette un bastone fra le ruote al governo di Donald Tusk; manda a Bruxelles un segnale di sfiducia nell’Unione Europea; segna una vittoria per procura della campagna europea Maga di Donald Trump.
Che il candidato populista di Diritto e Giustizia abbia prevalso per il rotto della cuffia – poco più di un punto lo separa dal concorrente liberale Karol Nawrocki, 50,89% contro 49,11% – conferma che la Polonia è una nazione spaccata in due, come oggi tante altre democrazie, ma non sminuisce il risultato.
In una scelta binaria, quello che conta è l’esito.
Se nel 1995, con appena il 50,58%, il Québec non avesse detto “no” all’indipendenza, oggi Trump avrebbe due vicini del Nord da annettere.
Domenica si giocavano ben tre partite: polacca, europea, atlantica.
I polacchi non votavano solo per eleggere il Presidente. Sapevano che era un’elezione importante, prova ne sia l’alta affluenza alle urne, 71%, per un Capo dello Stato che non ha poteri esecutivi.
Ma ne ha d’interdizione, e questo fa la differenza, fra l’avere un Presidente allineato o in conflitto col governo.
Le ripercussioni di questo voto a polacco non sono immediate.
A Bruxelles cambia poco. All’Ue la Polonia continua ad essere rappresentata, a tutti gli effetti, da Donald Tusk e dai suoi Ministri.
Non così alla Nato. Ai vertici dell’Alleanza per Varsavia siede il Presidente; Karol Nawrocki farà pertanto il suo debutto internazionale all’incontro dell’Aja dei leader Nato il 24-25 giugno.
Ma con la Russia unico collante (antirusso e pro-ucraino) dell’intero firmamento politico polacco, Nawrocki, pur più vicino a Trump che agli europei, sarà pienamente in linea sull’agenda del vertice probabilmente dominata dalla spesa per la difesa.
La Polonia spende già intorno al 5% del Pil e intende superarlo.
Tutti contenti: Tusk, Nawrocki, Rutte – e Trump.








