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Le due norme del pacchetto sicurezza che ne fanno capire la portata | L’analisi di Luigi Ferrarella

La vera cifra del testo del disegno di legge pubblicizzato dalla maggioranza come ennesimo «pacchetto sicurezza», scrive sul Corriere della Sera Luigi Ferrarella, è forse lo slittamento del significato delle parole e degli istituti giuridici. Lampante in due esempi.

Uno è il compasso dell’immunità riconosciuta agli agenti dei servizi segreti per i reati eventualmente compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni: immunità che, diversamente da quelle già esistenti per gli 007, verrebbe ora a cuor leggero traslata ed estesa anche alle loro «fonti», pur se certo non ne condividono né i vincoli di lealtà istituzionale né le catene di comando.

L’altro evidente esempio è che nessuno, nel parlare di carcere, metterebbe mai sullo stesso piano la resistenza passiva con le violenze di una rivolta. E invece uno dei nuovi reati proposti vorrebbe parificare, nella sanzione di 8 anni, chi in un carcere «usi atti di violenza o minaccia» con chi solo pratichi «resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti». C’è una bella differenza. Assumersi la responsabilità di decidere per protesta di non collaborare a un ordine ricevuto può se mai, per un detenuto, essere fonte di procedimenti disciplinari interni, può magari pesare negativamente sulla concessione o meno di un beneficio penitenziario: ma per slittare da resistenza passiva a rivolta occorre, al legislatore, una certa faccia tosta.

In un universo in cui, più in generale, a violare sistematicamente e annosamente le regole è proprio l’autorità statale, verrebbe quasi curiosità di retroproiettare questa futuribile norma sulle decine di migliaia di detenuti che anni fa con lo «sciopero del carrello» raccolsero l’invito dei radicali alla resistenza passiva del «satyaagraha» per le carceri. Fermezza (agraha) nella verità (satya).

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