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Le donne in cda, ecco come possono fare la differenza | L’intervento

di Lella Golfo, presidente Fondazione Marisa Bellisario   

Le nomine tanto attese per le big partecipate hanno se possibile animato ancor di più il tema della mancata presenza femminile ai vertici esecutivi.

Su questo quotidiano abbiamo letto in merito il confronto molto utile tra Roger Abravanel e Maria Pierdicchi, che tirava in ballo anche le quote di genere mettendo in dubbio la loro utilità e anzi paventandone un effetto controproducente.

In qualità di “artefice” della legge sulle quote, potrei sembrare di parte nella difesa di uno strumento che a mio avviso non ha ancora esaurito la sua utilità.

Non lo sono e sono convinta anche io che le quote non bastino più ma, anno dopo anno (e ne sono passati quasi 12) appare evidente come, senza il salvagente di quella legge, anche la presenza femminile nei cda sarebbe a un punto morto.

Lo dimostra il caso di Atlantia che dopo il delisting ha nominato un cda di 11 membri, tutti uomini.

Lo dimostra la scelta del Parlamento italiano prorogare le disposizioni della mia legge, che sarebbe scaduta nel 2022, per altri tre mandati, innalzando la quota al 40%.

E lo dimostra infine l’Europa che dopo dieci anni di discussione ha finalmente approvato la direttiva Women on boards, imprimendo una svolta inequivocabile in questa direzione.

Le quote di genere continuano a essere necessarie ma i tempi sono più che maturi per fare un passo ulteriore.

In Francia, una legge approvata nel dicembre 2021 impone, alle aziende con più di mille dipendenti, una quota del 30% di donne quadri-dirigenti e membri degli organi direttivi, pena una sanzione pecuniaria.

un esempio che dovremmo valutare ma il tema, è evidente, non può rimanere in capo alla politica o al legislatore.

Mettiamo in fila le evidenze.

Decine e decine di studi certificano che la presenza femminile ai vertici porta un miglioramento della reputazione e della responsabilità dell’impresa, una crescita dell’innovazione e delle performances gestionali e finanziarie.

Nonostante questo, la concentrazione delle leve gestionali rimane saldamente in mano maschile.

Qualche dato per capire la distanza che ancora ci separa dai ruoli esecutivi?

In un campione costituito dalle 50 principali società quotate, rappresentative di vari settori di business, se la presenza femminile nei cda supera il 41% nei comitati esecutivi, si ferma al 13,7% mentre su un centinaio di top manager, nessuna ricopre la posizione di ceo.

Forse perché le, poche, manager di prima linea vengono spesso destinate a ruoli funzionali specialistici e solo il 12% del campione ricopre posizioni gestionali di business.

Lo stallo sta tutto qui e la colpa è del management italiano, certamente, ma anche delle tantissime donne entrate in cda grazie alle quote che non si sono prodigate fino in fondo per far scendere l’ascensore di cristallo e far salire altre donne.

Forse è anche per questo se oggi si è arrivati a parlare del rischio di pinkwashing in relazione alle quote.

Ora, la soluzione non passa certamente dall’abolizione delle quote ma da un cambiamento culturale sostanziale e da interpretazione nuova, diversa e operativa del ruolo dei board cui le donne devono contribuire in maniera decisiva.

Per esempio, affinché i cda inizino a occuparsi meno di compliance e più di strategia e succession management.

I piani di successione rappresentano uno strumento di particolare efficacia e le consigliere dovrebbero pretendere che il ceo di turno si faccia carico di formare almeno un paio di figure femminili da inserire a pieno titolo nella lista dei suoi potenziali successori.

La sfida oggi non è più nei numeri: abbiamo quasi raggiunto il 50% di presenza femminile nei board ma non servirà a nulla se non si tradurrà in programmi di sviluppo professionale e di carriera che consentano di avere più donne nelle prime linee operative che possano poi competere ad armi pari per la guida delle aziende.

Non è un processo scontato né breve ma è da questo sforzo che passerà il raggiungimento di una parità sostanziale.

Che non serve solo alle donne ma a un sistema economico chiamato a rispondere alle sfide della trasformazione digitale, della sostenibilità, dei nuovi assetti geopolitici.

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