La vendita di un altro 15% del Monte dei Paschi di Siena segna la prima vera operazione sovranista del governo di Giorgia Meloni.
Con la cessione della quota e annesso premio della banca più antica del mondo, Giancarlo Giorgetti ha messo a segno un piccolo capolavoro: blindare l’asset dell’istituto guidato da Luigi Lovaglio in mani italiane.
Il ministro dell’Economia in un sol colpo ha coinvolto importanti imprenditori, come Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri con la famiglia Del Vecchio (entrambi hanno preso il 3,5% di Mps) e banchieri capaci quale Giuseppe Castagna (la cui Bpm ha acquisito il 5%) creando al contempo una cintura di sicurezza attorno alla Banca Popolare di Milano e ad Anima, suo partner commerciale nella gestione del risparmio che ha a sua volta comprato il 4% dello sportello senese.
La gestione dell’operazione fulmine ha preso le mosse una decina di giorni fa quando il titolare del ministero dell’Economia ha sondato l’ingegner Caltagirone per verificare una sua disponibilità ad entrare (anzi a tornare, visto che ci era già stato) nell’azionariato del Monte, facendo salire dal 7 al 15% la quota di vendita della banca, che resterà per un po’ sotto il controllo del Mef, con un importo dell’11%, dopo aver fatto incassare più di un miliardo allo Stato da questa nuova cessione.
L’azione del Mef è stata combinata con le altre istituzioni in modo celere e silenzioso, come accade nell’alta finanza anglosassone.
Dopo aver interloquito con il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche, a quanto risulta a MF-Milano Finanza, con la presidente della Bce, Christine Lagarde, Giorgetti, acquisito il feedback positivo, ha potuto mettere insieme la cordata tricolore che è uscita allo scoperto con le dovute comunicazioni al mercato nella serata di mercoledì 13 novembre.
Il semaforo verde di via Nazionale e dell’Eurotower dimostrano che l’operazione Mps-Anima-Banco Bpm ha un respiro europeo ma non viene dettata dall’Europa, come tiene a raccontare Giorgetti ai suoi collaboratori.
Non è la risposta al solito diktat comunitario ma la scelta di combinare una necessità con l’opportunità di una operazione di sistema.
La mossa degli uomini del Mef di fatto mette in sicurezza un istituto da cui il Tesoro deve uscire per gli accordi con la Commissione ma non lo lascia preda degli spiriti animali del mercato, lato Francia in particolare.
Allo stesso tempo il piano del Mef mette al sicuro una fabbrica del risparmio e l’istituto di piazza Meda.
Partirà un nuovo risiko bancario in Italia dopo le nozze Intesa-Ubi?
È presto per dirlo ma la foresta di certo non è più pietrificata.
Di sicuro una tale strategia era già stata evocata, ironia della sorte, da chi resta per ora fuori dai movimenti e cioè Carlo Cimbri.
A una domanda specifica sull’eventuale interesse a un deal con Mps, il presidente di Unipol aveva ripetuto in ottobre di non essere interessato ma che l’importante era che Siena non finisse però in mani straniere.
È stato accontentato, come è stata accontentata anche la premier Meloni, che potrà rivendicare questa vendita blitz come una operazione di difesa degli interessi nazionali.
Se l’amministratore di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, mette a segno un’azione vincente che lo mette al riparo dalle mire di Agricole, anche Caltagirone può dirsi soddisfatto: torna a Rocca Salimbeni in un’altra fase della vita della banca, rimessa in piedi dal lavoro di Lovaglio e dalle sentenze giudiziarie non avverse, e può investirci parte degli importanti guadagni messi a segno con le sue partecipazioni in Mediobanca e Generali, contribuendo al rafforzamento di una banca del centro Italia più vicina a Roma, suo antico pallino.
E probabilmente lanciando anche un ramoscello d’ulivo al ceo di Mediobanca, Alberto Nagel, suo rivale nella contesa per Generali che si appresta nella prossima primavera al rinnovo delle cariche.
Anche la Delfin potrà forse trovare un po’ di compattezza scossa com’è dalla contestata eredità di Leonardo Del Vecchio.
Giorgetti infine ha dimostrato di saper orchestrare in silenzio importanti operazioni degne dell’era di Enrico Cuccia, parlando poco e facendo molto.
Un atteggiamento concreto, un sovranismo della ragione che dovrebbe piacere al mercato e persino a Bruxelles.








