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[L’analisi] Quel 35 per cento di italiani che non studia e non lavora, ma che nasconde un problema più grande

La fascia più preoccupante del mondo lavorativo italiano è quella degli inattivi, «lo zoccolo più critico». Si tratta di «coloro che tra i 15 e i 64 anni ne lavorano né lo cercano. Siamo attorno al 35%: vado a memoria ma credo nei paesi Ue si non arrivi nemmeno al 20%, è una cifra altissima. Sono numeri che nascondono alcune dinamiche», spiega Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt, analista del mercato del lavoro, commenta i numeri diffusi dall’Istat sulla disoccupazione in Italia.

Inattività e lavoro in nero

Ad aprile il tasso di inattività è salito al 34,6% (+0,1 punti), resta sui livelli prepandemici. Un dato che coinvolge entrambi i sessi e tutte le classi di età. Secondo Seghezzi: «È difficile avere una conferma, ma probabilmente questi dati nascondano una quota significativa di lavoro nero. Altrimenti è inspiegabile avere un dato così, senza che nelle strade si verifichino rivolte sociali e proteste».  

L’analista ricorda che: «Il tema del lavoro nero è una anomalia tutta italiana. Non che altrove non esista, ma qui il tasso si discosta anche dai Paesi del Sud Europa, quelli a noi culturalmente più simili in alcune dinamiche. Se poi consideriamo le grandi economie, non ci sono eguali». Da mesi in Italia è in corso un dibattito su occupazione, salari e forme di accompagnamento al reddito. C’è chi sostiene che una parte del dato su disoccupati e inattivi è legato al reddito di cittadinanza e ai sussidi erogati negli ultimi anni dal governo. E chi replica che le rinunce al lavoro siano spesso dettate dai compensi esigui offerti, soprattutto nei contratti a tempo determinato.

Salari bassi e sussidi

«Sono probabilmente veri tutti e due gli aspetti», commenta Seghezzi. «Dove ci sono salari molto bassi» specifica «vicini all’ammontare dei sussidi mensili, quelli attorno ai 600/700, è chiaro che le persone possano essere portate a pensare sia meglio percepire temporaneamente un sussidio che accettare un lavoro evidentemente sottopagato. Il lavoro è generatore di reddito e di socialità, aiuta l’economia».

Poi prosegue: «È chiaro con la debolezza dei controlli, per cui il lavoro nero prospera, si è visto come persone che percepiscono il reddito di cittadinanza integrino con del lavoro nero. Dire però che è il reddito che ha generato lavoro nero non è esatto, non ne farei un discorso causa-effetto. Anche perché in Europa» sottolinea «quasi tutti i Paesi hanno forme di sostegno al reddito da prima di noi, eppure non registrano né questi tassi di inattivi né di lavoro nero».

Quanto al boom dei contratti a termine, il valore più alto dal 1977, Seghezzi argomenta: «Rientra nella dinamica di una ripresa post pandemica caratterizzata dall’incertezza, dove ora si è aggiunto anche il peso del conflitto in corso, le cui ripercussioni sul lavoro però saranno visibili nei prossimi mesi. Le imprese sono più portate a fare assunzioni a termine. Auspichiamo che la maggior parte di questi contratti diventi poi indeterminato. È una dinamica già vista». 

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