“Se si esclude il settore industria, sono moltissimi i contratti collettivi nazionali il cui termine è scaduto da mesi o da anni. È ovvio che questi contratti debbano essere rinnovati”.
A sostenerlo in una intervista al QN il giuslavorista Pietro Ichino.
“Negli altri settori e in particolare nei servizi” la produttività può “far registrare delle notevoli differenze da zona a zona e da azienda ad azienda.
Questo potrebbe rendere più difficile la rinegoziazione dello standard nazionale”. Si rimedia rilanciando “la contrattazione aziendale, incentivando sul piano fiscale il collegamento degli aumenti all’andamento della produttività.
La dinamica salariale deve essere affidata alla contrattazione aziendale, lasciando al contratto nazionale stabilire lo standard minimo.
Non è pensabile che le retribuzioni medie aumentino se non aumenta anche la produttività media del lavoro. In questo dato confluiscono quello delle aziende nelle quali la produttività cresce e quello delle amministrazioni pubbliche, delle aziende che vivacchiano, di quelle che ricorrono spesso alla cassa integrazione, di quelle dove addirittura la produttività è azzerata.
Occorrerebbe favorire il trasferimento dei lavoratori dalle imprese marginali a quelle più produttive. Invece di difendere con le unghie la sopravvivenza delle aziende meno produttive, occorrerebbe incentivare i loro dipendenti a spostarsi verso queste altre opportunità. E sostenerli nella transizione”.
Infine “il cuneo incide sulle buste paga nettamente più di quanto non incida in Francia e Germania. Occorrerebbe un piano che porti ad allinearci almeno alla Germania nell’arco di un quinquennio”.








