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[L’analisi] Il futuro dell’Europa si gioca sul recupero del gap tecnologico

Di seguito l’intervento di Marco Piccitto, direttore McKinsey Global Institute.

Non è una novità, purtroppo, il fatto che l’Europa soffra di una crisi di competitività che la separa dai principali Paesi nel mondo, Stati Uniti in primis.

Ormai da due decenni, infatti, che il divario tecnologico avanza inarrestabile; ma oggi che la tecnologia pervade sempre più settori economici e si conferma un fattore competitivo imprescindibile, questo ritardo pesa ancora di più, minacciando le prospettive di crescita e autonomia strategica del nostro Continente.

Il World Economic Forum stima che nei prossimi dieci anni il 70% del nuovo valore economico avrà origine dalle innovazioni digitali.

Sebbene l’Europa ospiti realtà con performance eccellenti, in aggregato le aziende stanno perdendo terreno rispetto alle loro controparti internazionali. Dal nuovo studio del McKinsey Global Institute (Mgi) Securing Europe’ s competitiveness: Addressing its technology gap emerge come tra il 2014 e il 2019 i ricavi delle grandi aziende europee siano cresciuti il 40% in meno rispetto alle omologhe statunitensi e gli investimenti in R&S in relazione ai ricavi siano stati inferiori del 40%.

In Europa il gap tecnologico rappresenta la principale causa delle differenze nelle performance aziendali. Alle grandi imprese che operano nel settore tech, dell’informazione e della comunicazione e in quello farmaceutico è imputabile l’80% del divario in termini di investimenti, il 60% di quello relativo alla crescita e il 75% di quello legato a ricerca e sviluppo.

Anche guardando all’Italia, il quadro non cambia: le grandi aziende si posizionano appena al di sotto della media europea, non lontane da quelle statunitensi in termini di spese in conto capitale rispetto al capitale investito; ma il ritorno sugli investimenti, la crescita dei ricavi e gli investimenti in R&S sono decisamente più bassi.

Nel 2019, la spesa a favore della ricerca e dell’innovazione è stata del 75% inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti e meno della metà della media dei 30 Stati europei.

L’analisi del Mgi evidenzia inoltre che tra le dieci tecnologie che incideranno maggiormente sulla competitività futura l’Europa primeggia solo in due: cleantech e materiali di nuova generazione.

Anche nel caso delle tecnologie pulite, tuttavia, tale vantaggio si sta assottigliando: la Cina è oggi leader nella produzione in quasi tutti i settori e gli Stati Uniti sono in testa in molte delle soluzioni più innovative.

Se non recupererà il ritardo accumulato in queste dieci aree tecnologiche, l’Europa perderà il proprio vantaggio anche in quei settori in cui conserva da sempre un primato.

Per esempio, il nostro Continente è tradizionalmente leader nel comparto automobilistico, ma rischia di rimanere indietro nella guida autonoma: già oggi, i produttori statunitensi coprono quasi il 70% del totale dei chilometri percorsi dai veicoli a guida completamente autonoma.

La partita è tutt’altro che facile, ma il potenziale in gioco è troppo alto per essere trascurato: colmare questo gap si tradurrebbe in un valore aggiunto compreso tra i 2.000 e i 4.000 miliardi di euro all’anno entro il 2040. Se non gestito, tale ritardo rischia di compromettere anche i traguardi raggiunti dall’Europa nell’ambito della sostenibilità e dell’inclusione.

Relativamente al primo, le emissioni di CO2 pro capite sono 2,4 volte inferiori a quelle degli Stati Uniti e si stanno riducendo tra il 30 e il 50% più velocemente rispetto a Cina e Stati Uniti.

In questo contesto, la performance dell’Italia emerge ancora più solida della media europea. Un altro punto di forza del nostro Continente è rappresentato dall’elevata qualità dei sistemi educativi.

Siamo inoltre l’economia più aperta e connessa al mondo, con il tessuto industriale più avanzato.

C’è poi una dinamica positiva in atto: sia la formazione di nuove imprese che gli investimenti di venture capital sono in crescita. Lo slancio verso un approccio sinergico e coordinato potrebbe essere la chiave per superare le tradizionali barriere che caratterizzano il mercato europeo, tra cui l’elevata frammentazione, l’assenza di ecosistemi tecnologici consolidati, lo sviluppo ancora insufficiente dei finanziamenti sui capitali di rischio.

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