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[L’analisi esclusiva] La paura del contagio fa male all’economia più del lockdown. E vi spiego perché

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Qualunque cosa pensi chi scende in piazza per protestare contro le mascherine e, in generale, contro i decaloghi delle quarantene, i lockdown funzionano: abbassano davvero i contagi.

E, contemporaneamente, azzoppano seriamente l’economia: più duro il lockdown, più severo il colpo.

Nell’immediato, però. A medio-lungo termine,  la corrispondenza non è così diretta e automatica. Anzi, una quarantena dura, quando finisce, può rilanciare l’economia meglio e più in fretta di una quarantena morbida che, invece, sfocia in una ripresa timida e stentata.

Esiste, infatti, una quarantena di Stato, obbligatoria, e una quarantena personale, volontaria, dettata dalla paura: del contagio come dell’effetto economico dell’epidemia. E la seconda quarantena conta molto. Spesso, anche più della prima.

E’ la conclusione, in qualche modo convergente, a cui arrivano, per strade diverse, due analisi autorevoli, uscite in questi giorni: nel bollettino della Bce e nel nuovo World Economic Outlook del Fmi.

Il succo è: l’unico indicatore economico che davvero conta, in tempo di epidemia, è quello dei contagi.

Gli economisti di Francoforte registrano l’impennata record dei conti in banca delle famiglie europee, in questi mesi di quarantena.

Lo si era già visto dai conti delle banche italiane, ma il fenomeno è europeo: nella prima metà del 2020, gli europei hanno messo sui loro conti correnti quasi 200 miliardi di euro in più dell’anno prima, arrivando a risparmiare il 10 per cento del reddito disponibile, quando, normalmente, una famiglia europea sottrae alle spese, in media, l’1 per cento.

Alla Bce, dunque, si chiedono: questo extrarisparmio è forzato o è deliberato? In altre parole, le famiglie hanno rinunciato alle spese (auto ed elettronica, soprattutto) perché fisicamente impossibilitate ad uscire di casa e ad andare in un negozio? Oppure, perché hanno preferito riempire i salvadanai, per difendersi da un futuro buio ed incerto?

La risposta esatta, secondo la Bce, è la prima. Due terzi di quei 200 miliardi sono rimasti parcheggiati in banca, perché non c’era modo di spenderli.

Ma l’altro terzo, i 60 e rotti miliardi di euro conservati nel portafoglio come tanti sacchetti di sabbia a puntellare le difese dal destino sono, dice la stessa Bce, una quota eccezionale, mai vista.

Frutto dei timori e del pessimismo: il tasso di disoccupazione nella Ue, oggi, si ferma all’8 per cento. Ma le famiglie si aspettano che una epidemia che non si ferma lo spinga, l’anno prossimo, al 14 per cento.

L’epidemia che non si ferma è il fattore chiave anche nella analisi degli economisti del Fondo monetario internazionale.

Invece che ai risparmi, al Fmi hanno guardato ai dati sulla mobilità e sulle offerte di lavoro. Ne risulta che, nella prima settimana di quarantena, la gente esce di casa il 25 per cento in meno. E che, mentre la caduta iniziale è brusca, per rimettere il naso fuori impieghiamo più tempo e più cautela.

Ma il dato più importante è che questo rintanarsi è, per metà, dettato non da direttive e sanzioni, ma da un comportamento spontaneo: la paura del contagio.

E’ vero, soprattutto, nei paesi più avanzati, probabilmente perché, qui, è più facile lo smart working, sia per infrastrutture, sia per caratteristiche dell’economia. Infatti, gli economisti del Fmi registrano che, nei paesi sviluppati, lockdown o no, ogni volta che i contagi raddoppiano, la mobilità (misurata sui contatori di Google) si riduce di un altro 2 per cento.

Il succo delle due analisi è: l’unico indicatore economico che davvero conta, in tempo di epidemia, è quello dei contagi. Abolire la quarantena non garantisce affatto il rimbalzo del Pil, se i contagi restano alti.

E una quarantena, alla fine, costa all’economia meno di una impennata dei contagi. I consumi delle famiglie, dice la Bce, resteranno, infatti, drammaticamente tagliati di almeno un terzo, fino a che la discesa delle infezioni non fa tornare la fiducia nel futuro e nel posto di lavoro.

E, indica il Fmi, la gente non torna alla normale attività solo perché non ci sono più i divieti. Quando gli economisti del Fondo hanno scritto quel capitolo dell’Outlook si preoccupavano di scoraggiare chi, alla Trump, spingeva per chiudere prematuramente le quarantene. Oggi, forse, lo stesso monito vale per chi le contesta o esita a metterle.

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