Prezzi e burocrazia minacciano il piano di ripresa e le resilienza e la crescita delle costruzioni, che potrebbe arrestarsi il prossimo anno.
L’osservatorio congiunturale dell’Ance-Associazione nazionale dei costruttori edili calcola che il caro-materiali e’ gia’ costato un ritardo di sei mesi sulla realizzazione del Pnrr.
Secondo l’associazione, l’attesa fine dei bonus per le case unifamiliari potrebbe pesare piu’ della spinta degli appalti pubblici e portare a un calo degli investimenti complessivi in edilizia del 5,7% nel 2023, come risultato di una frenata della riqualificazione degli immobili cosi’ brusca (-24%) che l’aumento delle opere pubbliche del 25% non riuscirebbe a compensarla.
Si arresterebbero cosi’ due anni di ripresa record degli investimenti del settore, del 20% nel 2021 e del 12% nel 2021, che hanno rappresentato – secondo le stime del centro studi – “il principale motore della crescita dell’economia italiana negli ultimi due anni”, alla quale hanno contribuito per un terzo.
I posti di lavoro creati sono stati 250 mila e l’aumento ha interessato soprattutto il Mezzogiorno, dove il balzo degli occupati dipendenti e’ stato del 18,6% nel primo semestre 2022 rispetto a un anno prima, a fronte di una media nazionale del 12,3%.
Anche cosi’ pero’ non e’ stata colmata la “grande emorragia di lavoratori” determinata dalla crisi decennale del settore, quando sono stati distrutti 600 mila posti di lavoro.
La presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, suona un “campanello d’allarme” nonostante, dopo i risultati dell’ultimo biennio, un calo degli investimenti potrebbe essere ritenuto “fisiologico”.
La presidente mette in guardia in particolare da un eventuale rallentamento del comparto pubblico, che sarebbe “preoccupante” visto il suo peso sul settore.
Entro il 2023 è prevista l’aggiudicazione di appalti per oltre 20 miliardi di investimenti e il caro-materiali e la scarsa capacita’ amministrativa degli enti pubblici stanno frenando le gare, secondo l’Ance.
Per le opere del Ministero per le infrastrutture e la mobilita’ sostenibili, il 60% delle amministrazioni locali sarebbe impegnato nella fase di redazione del progetto definitivo o esecutivo, ma questa percentuale scende al 36% nelle regioni del Mezzogiorno.
Inoltre, dei 10 miliardi stanziati dal decreto aiuti per far fronte al caro materiali negli appalti pubblici, sette imprese su dieci – lamentano gli imprenditori edili – non hanno visto un euro, e anche quelle che hanno avuto rimborsi non sono riuscite a recuperare che il 15% dei maggiori costi sostenuti. Il rischio e’ quello di sprecare un’occasione senza precedenti: “non abbiamo mai avuto tanto lavoro, tante opportunita’ e una sfida cosi’ affascinate”, osserva Brancaccio.
Per questo la richiesta dei costruttori al nuovo governo e’ “una politica industriale di settore che consenta a chi e’ in grado e vuole crescere di crescere, a chi vuole rimanere piccolo che possa restare piccolo nell’eccellenza e di cui i bonus devono diventare una parte”.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato nel suo intervento per la fiducia alla Camera della necessita’ di archiviare la logica dei bonus, Brancaccio risponde: “Li possiamo chiamare bonus, li possiamo chiamare riqualificazione del patrimonio, li possiamo chiamare in mille modi, ma in questo Paese, vista la vetusta’ di tutto degli edifici residenziali, in particolare, che sono nati per l’80% ante qualsiasi legge antisismica o energetica, non e’ pensabile raggiungere gli obiettivi europei senza un aiuto anche del pubblico”.
“Poi coperture, regole, percentuali di aiuto e’ tutto un tema da discutere e noi auspichiamo che il governo ci ascolti”, aggiunge promettendo una “proposta seria, responsabile e compatibile con le coperture necessarie”.
Intanto tra i primi provvedimenti all’attenzione delle Camere potrebbe esserci la legge sulla rigenerazione urbana, “ma se non ci sono anche degli incentivi”, puntualizza la presidente dell’Ance, “servira’ a ben poco”.
La necessita’ di cambiare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano, sottolineata da Meloni nel suo discorso programmatico alla Camera, e’ guardata con estrema attenzione dalle parti di Palazzo Berlaymont a Bruxelles.
Il Pnrr, e’ l’assioma della Commissione, puo’ essere cambiato ma in “casi eccezionali” e solo dopo una “valutazione rigorosa” dell’esecutivo europeo.
Ad aver ribadito il concetto, e’ stata la portavoce della Commissione Veerle Nuyts. “Per richiedere emendamenti ai Pnrr i Paesi devono dimostrare che non ci sono le condizioni oggettive” per l realizzazione di alcuni degli obiettivi previsti, ha sottolineato Nuyts ribadendo l’usuale invito che arriva da Bruxelles da quando e’ nato il Next Generation Ue: “La priorita’ e’ che i Paesi membri attuino i Pnrr concordati” con l’Europa.
Del tema, certamente, Meloni parlera’ nella sua prima visita a Bruxelles. I vertici delle istituzioni europee hanno gia’ dato piena disponibilita’ a ricevere la nuova presidente del Consiglio italiana.
L’incontro, sebbene la data non sia stata ancora concordata, e’ nell’aria e i rumors piu’ aggiornati lo danno possibile la prossima settimana o quella successiva.
Meloni e il ministro per gli Affari europei (con delega al Pnrr) Raffaele Fitto potrebbero tuttavia avere una sponda per apportare delle modifiche al piano: il programma Repower pensato per l’autonomia energetica dei 27.
Un nuovo capitolo dovra’ essere aggiunto al Pnrr e potra’ avvalersi dei fondi di Coesione ello scorso settennato non ancora spesi.
“Modificare il Pnrr non vuol dire ricominciare da zero”, ha avvertito il commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni in audizione alla commissione Bilancio dell’Eurocamera. Spiegando, tuttavia, che “un aggiornamento” del piano, con l’inserimento del Repower, e’ possibile.
“Per il successo del Recovery Fund l’inclusione di un capitolo Repower e’ fondamentale quanto prima” e “molti Paesi membri hanno gia’ avviato un dibattito con la Commissione”, ha spiegato Gentiloni.
L’alveo in cui si potra’ muovere il governo sara’ quindi piuttosto stretto (lo regola l’art. 21 del regolamento sul Recovery) e, per far si’ che la trattativa con l’Ue non si areni, non dovrebbe toccare il capitolo riforme.








