“La nostra premier, e probabilmente lo sa, dovrebbe contenere la gioia per la poderosa avanzata di Marine Le Pen, che rende possibile una sua vittoria domenica prossima”. Così Alessandro De Angelis sulla Stampa spiegando che “si dice oggi e, nell’eventualità, si dirà con entusiasmo, che rappresenta una vittoria di “famiglia”, che conferma l’avanzata del sovranismo, in tutte le sue declinazioni, e che gli unici a non averlo capito sono i tecnocrati di Bruxelles. Ma la questione è un po’ più complessa per un paio di ragioni. La prima è che per Giorgia Meloni si pone un tema di confronto, nell’ambito dello stesso campo. Ora le underdog possono diventare in due: le storie, semplificando un po’, sono molto simili (due leader donne, due ‘rivincite’ di un polo escluso, due eredità pesanti da gestire); lo svolgimento però è potenzialmente confliggente, almeno in parte.
Giorgia Meloni – scrive l’editorialista – si ritrova cioè più sfidata (da destra) sulla leadership (della destra) in Europa e, probabilmente, dovrà anche gestire le conseguenze del terremoto francese, in termini di reazioni dei mercati, che inevitabilmente espongono chi, come l’Italia, ha un’economia più fragile. Insomma, per quanto l’album di famiglia sia lo stesso, è tutto da dimostrare che una leader nazionalista francese sarà per lei un vantaggio.
E qui c’è la seconda ragione. Finora Giorgia Meloni ha giocato il suo ruolo in Europa più da capo di un partito – i Conservatori – che da presidente del Consiglio di un grande paese fondatore, attento al suo ‘interesse nazionale’. Ha scommesso che l’establishment tradizionale, prima o poi, dovrà confrontarsi con le destre e, in questo schema, da capo politico, si è posta come colei che vi rimane ancorata, pur interagendo con gli altri. Pensa cioè che la sua forza resti dipendente dal movimento cui appartiene e rifiuta di “andare oltre”, vedendo in questo oltre un ‘tradimento’.
La vittoria di Marine Le Pen stressa proprio questo bivio, tutto politico, in cui si trova Giorgia Meloni: l’Italia o l’internazionale nazional-populista, che non è un’internazionale ma ci siamo capiti. Se cioè essere la guida di un paese, che le ha dato tre anni di stabilità e attende risultati, oppure la leader di sorta di una federazione di partiti anche concorrenziale al suo interno. Se non si libera della sua ossessione della sfida a destra – conclude – rischia di rimanere imprigionata”.








