L’Unione europea si trova a gestire un inatteso fronte di tensione con il suo principale alleato, gli Stati Uniti, sulla questione della Groenlandia. Una disputa assurda che, secondo molti osservatori, potrebbe essere affrontata e risolta nell’ambito naturale della NATO, l’organizzazione incaricata della sicurezza collettiva e della gestione delle minacce nell’area artica.
Ma la Casa Bianca ha scelto una strada diversa. Di fronte alla decisione di otto Paesi europei di inviare un contingente militare sull’isola per dimostrare concretamente la volontà di assicurare la protezione rispetto ai potenziali rischi provenienti da Russia e Cina, Washington ha risposto annunciando dazi aggiuntivi mirati proprio contro le esportazioni di quegli Stati.
Un gesto che ha colto di sorpresa le capitali europee e che apre un nuovo fronte di frizione transatlantica. Tra i Paesi esclusi dalle misure americane figura l’Italia, interpretata da più parti come “risparmiata” in virtù della sua postura ambigua e considerata più accomodante nei confronti dell’Amministrazione statunitense.
Una scelta che, secondo diversi analisti, rappresenta una cesura significativa per il governo italiano, sempre più distante dal nucleo compatto che si sta formando attorno a Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Polonia.
Preoccupata dal rischio di un isolamento crescente, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si propone per un tentativo di mediazione, sperando di salvare capra e cavoli.
Le istituzioni europee hanno reagito con fermezza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, hanno definito “inaccettabile” l’imposizione unilaterale dei dazi e hanno annunciato una risposta proporzionata.
Sarà la Commissione, con il parere del Consiglio a maggioranza qualificata, a definire le contromisure: tra le ipotesi circola quella di controdazi per un valore complessivo di 90 miliardi di dollari.
La politica doganale, ricordano a Bruxelles, è competenza esclusiva dell’Unione e richiede risposte unitarie, non iniziative nazionali isolate.
Resta ora da capire quale posizione assumerà l’Italia: se sosterrà la linea della Commissione o se, nel tentativo di non irritare Washington, proverà a frenare le misure europee, accentuando così le divisioni interne all’Unione.
Divisioni sulle quali, secondo molti analisti, gli Stati Uniti lavorano da tempo per indebolire e frammentare un’Europa percepita come un ostacolo alle proprie strategie globali.
La gestione del dossier groenlandese rappresenta dunque un banco di prova decisivo. La capacità dell’Unione e dei Paesi che guidano la protesta contro quella che definiscono una violazione del diritto internazionale determinerà il ruolo politico dell’Europa nei prossimi decenni: se attore autonomo sulla scena globale o semplice vassallo esposto alle pressioni dei più forti.








