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La riforma del premierato e il suo peso elettorale | L’analisi di Stefano Folli

Nella confusione inevitabile della campagna elettorale, commenta su Repubblica Stefano Folli, l’ipotesi del “premierato” viene riproposta dalla premier Meloni come «la madre di tutte le riforme». È un piano elettorale che poggia su tre gambe: l’elezione diretta del presidente del Consiglio; l’autonomia differenziata, che non richiede una revisione della Carta; la separazione delle carriere dei magistrati e altri interventi in materia di giustizia.

Ogni partito della maggioranza ha la sua bandiera, ma i tempi delle riforme non sono prevedibili. Ieri Giorgia Meloni, nel convegno che si è svolto alla Camera, si è detta aperta al «dialogo» con le opposizioni per migliorare il testo, ma è stata vaga su uno dei punti deboli dell’operazione in corso: la legge elettorale su cui gli italiani dovranno votare il loro premier. Si è limitata a dirsi favorevole a introdurre le preferenze. Eppure si tratta di un passaggio cruciale, in grado di fare la differenza tra una brutta riforma e un intervento costituzionale su cui si possono avere, come è logico, giudizi opposti, ma che alla fine esce dal Parlamento migliore di come vi era entrato.

E qui scendono in campo le opposizioni, nel giorno in cui il “premierato” arriva a Palazzo Madama. Ci sono due linee: dire un secco “no” a tutto (premierato, autonomia, giustizia); oppure accettare entro certi limiti l’idea del dialogo. Elly Schlein, Giuseppe Conte e i gruppi minori della sinistra hanno già scelto: un fermo “no” da gridare in piazza il 2 giugno, festa della Repubblica, quando mancherà una settimana al voto europeo. Ma un gruppo di “riformisti” del centrosinistra vogliono emendare il “premierato” meloniano: Stefano Ceccanti, Peppino Calderisi, Enrico Morando, Claudia Mancina, Gaetano Quagliariello, Nicola D’Amico e altri. Chiedono di introdurre il ballottaggio nella legge elettorale, più una serie di correttivi al testo costituzionale.

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