«Un progetto che pecca di una forma di giacobinismo mista a una totale fiducia cartesiana». Così Angelo De Mattia commenta, sul Messaggero, il progetto franco-tedesco di un avanzamento dell’integrazione europea secondo raggruppamenti dei partner europei in quattro cerchi concentrici: dal primo che riguarda i Paesi che si potrebbero considerare “apri-pista” agli altri che riflettono la condizione attuale, fino a Stati che sarebbero considerati “associati” e, da ultimo, a quelli che costituirebbero una indefinita Comunità politica europea.
«Esso, infatti, si tradurrebbe in un’Europa non a due velocità, ma a due più due (per gli associati e i partecipi alla Comunità). Insomma, in tal modo ci si propone di integrare e di convergere, ma si rischia di frammentare e di creare le condizioni perché i primi della classe, i battistrada, si possano un giorno distaccare. Sarebbe bene riflettere sui “pro” e sui “contra” di una tale opzione. Certo, sarebbe importante superare, nel funzionamento dell’Unione Europea, il potere di veto, anche se si dovrebbero ben calibrare, in relazione alle diverse materie, i “quorum” deliberativi».
«In ogni caso, poiché è chiaro che il futuro è affidato all’Europa e che l’unione, come sosteneva Jean Monnet, avanza attraverso le crisi, oggi, che si è passati attraverso tempeste non solo finanziarie, ma anche politiche, l’impegno dovrebbe mirare, senza istituire cerchi e, dunque, graduatorie di Stati, a sviluppare gli ordinamenti esistenti verso un Parlamento rappresentativo della sovranità popolare con coerenti poteri e una Commissione che evolva verso una forma di governo, dunque con una capacità fiscale e la decisione finale dell’Eurocamera. Insomma, si deve trasferire sovranità statuale, ma alla condizione che i Paesi partecipino pienamente all’esercizio della stessa al più alto livello comunitario».








