“Per decenni” – ricorda Ettore Sequi sulla Stampa – “la Nato non è stata soltanto un’alleanza militare ma un impegno che la sicurezza dell’Occidente non fosse negoziabile e che la sovranità degli alleati non diventasse merce di scambio.
Oggi quell’impegno non è revocato, ma è sotto stress.
La Groenlandia ha reso visibile ciò che la Nato doveva escludere: la minaccia tra alleati.
Nato contro Nato, cioè rottura del tabù.
Non perché l’annessione sia avvenuta, ma perché è stata minacciata e usata come leva.
Questo precedente erode la deterrenza collettiva e non si cancella con una de-escalation.
In quel passaggio la Nato smette di essere comunità politico-militare e valoriale e diventa piattaforma negoziale di convenienze variabili.”
“Le assicurazioni di Trump (‘non userò la forza’) non sanano la frattura poiché il danno è nel metodo.
Rinunciando all’occupazione militare diretta, Trump non rimuove la coercizione: toglie la pistola dal tavolo, ma sequestra il tavolo stesso, imponendo le regole del negoziato.
È in questa trasformazione della forza da minaccia esplicita a controllo negoziale che la crisi della Nato diventa strutturale.
Il solo fatto che Trump abbia potuto evocare dazi e pressione militare su un alleato per un obiettivo territoriale ha creato un precedente.
La deterrenza vive di fiducia prima che di missili e, quando vacilla, la potenza perde valore.”
“In questa frammentazione Mosca e Pechino osservano con soddisfazione un Occidente che negozia con sé stesso sotto la pressione americana.
Da qui la fine implicita delle garanzie Usa: non annunciata, ma praticata.
La sicurezza non è più un bene pubblico automatico, ma un servizio condizionato e rinegoziabile.
A causa della imprevedibilità del garante, la protezione dell’Europa non è più fondata sul patto, ma sul prezzo.”








