Dietro le quinte, come da millenaria tradizione, ma decisiva nella soluzione della crisi.
Si è parlato di Qatar e di Kuwait, ma è stata la Cina – sostiene Carlo Valentini su Italia Oggi – che ha evitato una dura reazione dell’Iran ai bombardamenti americani e quindi l’avvio di una guerra.
Certo, la forza bellica dell’Iran è poca cosa in confronto alla potenza di fuoco Usa. Ma è in grado di provocare danni, come hanno dimostrato i missili che sono riusciti a evitare lo scudo protettivo d’Israele.
Inoltre c’era l’opzione di chiudere lo stretto di Hormuz, che avrebbe provocato uno tsunami ai commerci e alle economie mondiali.
Se Teheran ha scelto una risposta simbolica, il bombardamento in Kuwait di una base Usa quasi in disuso, informando preventivamente dell’attacco, non è stata solo una scelta dettata dalla consapevolezza della propria debolezza militare e del regime (ciò che ha permesso agli israeliani di costruire una rete di spie all’interno del Paese) ma soprattutto dal fiato sul collo della Cina, il Paese che con l’acquisto di petrolio e gas tiene in piedi l’economia iraniana e con essa Alì Khamenei e i pasdaran.
Non è un caso che contemporaneamente agli sviluppi positivi della crisi si sia sbloccata la trattativa tra Cina e Usa sui dazi.
E che Trump abbia cancellato (gesto eclatante) il suo divieto ai giovani cinesi di iscriversi alle università americane.
Il presidente Usa aveva deciso il bombardamento dei siti nucleari iraniani (anche in questo caso con preavviso) per mettere al sicuro Israele, ma voleva assolutamente evitare l’impopolarità del coinvolgimento in una lunga crisi militare, che avrebbe provocato, tra l’altro, una fiammata inflazionistica in grado di fargli perdere le importanti elezioni di mid-term.
Di qui la convergenza con la Cina, che, per crescere, ha bisogno di stabilità geopolitica, e il credito che essa ha guadagnato e ha speso al tavolo della trattativa sui dazi.
Al contrario di Trump, Xi Jinping è silenzioso e guarda ai fatti.
Ha appena firmato accordi commerciali con la Corea del Sud, è in trattativa col Giappone, sostiene la Russia, si sta muovendo a grandi passi in Africa.
A questa serie di successi della sua strategia internazionale ora può aggiungere il suo ruolo riservato ma determinante in Iran.








