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La malattia dell’opinione pubblica | L’analisi di Giuseppe Coco

Se non sapete chi sia George Santos non vi preoccupate, lui stesso pare avere le idee confuse. Di certo c’è che è il membro repubblicano del congresso americano eletto a Long Island, New York, a novembre in un collegio di sinistra da generazioni. Santos ha dichiarato nel tempo di essere trumpiano, addirittura di aver partecipato all’assalto a Capitol Hill, suprematista bianco, milionario, di lavorare per Goldman Sachs, di essersi laureato in una delle più prestigiose università della Ivy League con distinzione, di essere stato campione di pallavolo, venditore di Yacht.

Questo per l’elettorato repubblicano. Ai media democratici invece dichiarava di essere gay, sopravvissuto a un tumore, avere nonni sfuggiti all’olocausto, essere stato tra i primi ricoverati per COVID, di avere nonni afro-americani e origini sudamericane (unica cosa probabilmente vera perché sarebbe di origini brasiliane), ma anche ebreo. Con questa sequenza di menzogne, ma anche semplicemente sciocchezze che dovrebbero essere irrilevanti per giudicare un candidato, è stato eletto come repubblicano in un collegio sicuro per i democratici.

Come è successo che nonostante le incredibili incongruenze, alcune delle quali scoperte dalla stampa reputabile anche prima delle elezioni, questo personaggio sia riuscito a vincere un collegio democratico? 

La ragione è che negli Stati Uniti la polarizzazione e il fanatismo delle parti ha raggiunto livelli stratosferici, e gli elettori leggono solo le fonti di informazione ad essi affini. Approfittando di questa circostanza, Santos ha potuto raccontare storie opposte agli elettorati di riferimento (o a larghi segmenti, i più fanatici in particolare) che facessero appello ai pregiudizi di ognuna delle parti.

Si è quindi presentato come un insurrezionista trumpiano a destra, e come un gay appartenente a minoranze svantaggiate a sinistra, le uniche cose che sembrano contare per i fanatici delle due parti.

Che i social media fossero un potente strumento di polarizzazione dell’opinione non è una novità. Nei vecchi media le notizie e le opinioni erano intermediate da ‘esperti’ molto più di oggi. I social media invece, attraverso algoritmi ci mostrano solo ciò che più probabilmente ci piacerà sulla base della nostra storia di esplorazione.

Ci radicalizzano proponendoci non solo sempre la stessa storia e la stessa opinione, ma versioni man mano più estreme di essa. Proponendoci all’infinito la conferma dei nostri pregiudizi iniziali. Questa tendenza naturale peraltro può poi essere sfruttata facilmente da chi ha interesse a generare una opinione pubblica sempre più radicalizzata attraverso la creazione di un nemico. Non è difficile identificare questo gioco, basta guardare sui social media contenuti presentati come ‘tizio asfalta caio’, oppure ‘Tizio balbetta e viene umiliato da Caio in diretta’.

Anche se non siamo a questo punto, l’Italia è un paese molto a rischio. Non a caso queste tecniche di comunicazione sono state sperimentate da una forza populista, che poi vinse in effetti le elezioni, prima in Italia che in America. Ed è caratterizzato anche storicamente da una faziosità estrema degli elettorati. Tipicamente nei dibattiti ascoltiamo una sequenza di insulti reciproci e argomenti stereotipati per richiamare i pregiudizi dei propri elettori.

C’è una straordinaria scenetta di alcuni anni fa di Corrado Guzzanti e Neri Marcorè, in cui due rappresentanti di partito, coi numeri sulle spalle come giocatori di calcio, si parlano sopra senza essere minimamente comprensibili, ma esibendo semplicemente disprezzo dell’avversario.

In generale la delegittimazione e la paura dell’avversario è sempre la tattica vincente e prescelta dai partiti. Lo aveva capito da tempo il comunicatore più abile, Berlusconi, che in effetti scelse come slogan ‘una scelta di campo’. Non importa né se siamo competenti, né se siamo onesti, né se i nostri argomenti sono validi perché tu sei nella nostra squadra. La ricorrente, ma sempre meno efficace, paura del fascismo è la versione identitaria di sinistra.

E questa è la ragione per cui ormai molti giornali, in particolare quelli senza una forte reputazione, sicuramente tutti i grandi successi editoriali degli ultimi anni, propongono sistematicamente solo le tesi di cui chi li legge è già convinto.

Il vaccino non è semplice. Una alternativa è quella di Dagospia, che riporta nei titoli, con linguaggio altrettanto forte, argomenti del populismo di destra e di sinistra (assieme per la verità a molti articoli informativi e curiose anticipazioni).

Questo potrebbe generare un sano scetticismo sulle opposte retoriche, o perlomeno una certa sdrammatizzazione del conflitto ‘all’italiana’.

Questa soluzione però alimenta l’altra grande confusione italiana, che la verità non esista e ogni argomento sia valido come un altro.

L’alternativa è faticosa. Prima di tutto ricercare fonti attendibili. Leggere contenuti che non solletichino i nostri istinti troppo ovviamente, ed esporci al dibattito autentico.

Diffidiamo dei contesti in cui tre relatori ci dicono la stessa cosa, quella che noi già pensiamo prima.

Forse siamo vittime di qualcuno che ci sta lisciando il pelo, e in ogni caso non stiamo imparando niente. Non è semplice chiederlo all’uomo della strada, ma almeno per gli intellettuali dovrebbe essere un dovere.

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