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La grande frattura | L’analisi di Federico Fubini

“Il blocco sovietico” – scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera“è finito con la caduta del Muro di Berlino. L’alleanza occidentale, in modo meno teatrale, quando il panorama umano nello sfarzo nevrotico di Davos ha iniziato a cambiare. Volodymyr Zelensky dubita di venire, perché intravede una presa in giro per sé e per il suo paese che resiste da quattro anni a un’aggressione feroce.

Invece dopo quattro anni è tornato a farsi vedere l’aggressore: la Russia. Kirill Dmitriev, oggi negoziatore per conto di Vladimir Putin, si è presentato fra le nevi svizzere sbeffeggiando «il collasso del globalismo». La Davos sovrastata dalla personalità abnorme di Donald Trump mette più a suo agio lui del leader ucraino.

Il problema è sorto quando Zelensky ha cercato Trump al telefono prima di venire al Forum. Voleva capire se avrebbe potuto parlargli di negoziato di pace: garanzie di sicurezza per l’Ucraina e impegno americano per la ricostruzione in cambio della cessione del Donbass che Putin pretende. Kiev è al buio e al freddo dopo la distruzione delle centrali elettriche.

Invece Trump si è limitato a invitarlo nel «Board of Peace», organismo che la Casa Bianca vorrebbe trasformare in una sorta di sostituto delle Nazioni Unite, con una differenza decisiva: il presidente avrebbe il potere di invitare o escludere chi vuole. Trump ha invitato Putin e Lukashenko e ora voleva Zelensky.

Secondo lui, il leader ucraino dovrebbe lasciare la capitale martoriata per sedersi a un tavolo con chi lavora per la sua fine e quella dell’Ucraina come nazione indipendente. Zelensky ha fermato tutto.

Anche Macron, Merz e Starmer hanno declinato l’invito. L’arrivo di Giorgia Meloni resta da confermare.

C’è qualcosa che non può rassicurare Zelensky sulle garanzie offerte da Trump: la spregiudicatezza con cui il presidente americano si sta rivoltando contro i Paesi europei. Se questa è l’affidabilità della Casa Bianca con gli alleati, diventa difficile fidarsi delle sue promesse.

Trump sembra inseguire un obiettivo: distruggere l’alleanza creata 80 anni fa per ergersi a leader di un nuovo potere che già scricchiola. Il Canada guarda a Pechino, il gradimento di Trump cala, la fiducia degli investitori vacilla.

Le nuove minacce di dazi hanno rievocato la caduta simultanea del dollaro e dei titoli di Stato americani: la fine del debito Usa come porto sicuro.

Anche per questo a Davos i leader europei non sono venuti per farsi irridere. I governi restano divisi, ma su un punto quasi tutti concordano: lasciarsi ricattare senza reagire non può che danneggiare ciò che resta dell’alleanza”.

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