La ricerca di un acquirente privato per l’ex-Ilva di Taranto da parte del Governo Meloni – commenta sulla Gazzetta del Mezzogiorno Guglielmo Forges Davanzati – dimostra quanto sia radicata, nella cultura politica italiana, la convinzione dell’inefficienza del settore pubblico e il ricorso alle privatizzazioni.
Il Governo Meloni intende accelerare su questa linea, prevedendo incassi nell’ordine dei 20 miliardi.
Il ricorso alle privatizzazioni appartiene a un sentire comune del ceto politico, quasi mai messo in discussione, che segue una prassi ripetuta dall’ormai lontano 1992, viene motivata con due ragioni: la gestione privata di un’impresa è sempre più efficiente di quella pubblica e la cessione a operatori privati consente di recuperare risorse per ridurre il debito pubblico.
Si tratta di convinzioni che la letteratura economica più recente mette seriamente in discussione, su due aspetti: la quantificazione del contributo delle privatizzazioni alla riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil; l’apporto delle imprese privatizzate alla crescita economica italiana mediante il loro contributo alla produzione di innovazioni.
Per quanto riguarda la prima questione, gli studi sul tema rilevano due dati: in primo luogo, l’Italia è, fra i Paesi Ocse, quello che ha privatizzato di più (160.000 miliardi di euro dal 1985 al 2000); in secondo luogo, il debito pubblico italiano, misurato in rapporto al Pil, è passato da valori che oscillavano intorno al 90% alla fine degli anni Ottanta al 137.30% nel 2023, con previsione di ulteriore aumento da parte dell’Istat nel 2024.
Da ciò discende una prima conclusione: le privatizzazioni non hanno contribuito al risanamento dei conti pubblici né nel breve né nel lungo periodo.
Le imprese privatizzate, inoltre, tendono a comportarsi secondo logiche di «breve-periodismo» e predatorie, mancando loro quello che viene de- finito il «capitale paziente» – la lungimiranza che può avere l’operatore pubblico, agendo senza l’obiettivo del profitto – necessario per realizzare innovazioni.
Da cui una seconda conclusione: vi è da dubitare che le privatizzazioni abbiano contribuito ad accrescere l’intensità tecnologica delle produzioni italiane e vi sono buone ragioni, per contro, per ritenere che semmai hanno semmai contribuito a depauperare il potenziale tecnologico esistente negli anni nei quali l’Italia ha sperimentato il modello di economia mista con ampia presenza di imprese pubbliche.








