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La Germania ci batte anche sul fatturato del turismo della bicicletta. Servono autostrade per le due ruote

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Germania batte Italia 12 a 7.

Il risultato non è quello di una partita di calcio dall’esito inatteso, dato che queste competizioni sportive sono spesso da noi orgogliosamente evocate come occasioni di confronto qualitativo tra i due Paesi, considerato che su altri fronti, purtroppo, i numeri sono molto meno favorevoli per noi.

In questo caso, infatti, secondo il primo rapporto Isnart – Legambiente 2019, 12 a 7 rappresenta la differenza tra il fatturato complessivo generato in Germania dal turismo in bicicletta, e quello prodotto in Italia. Comparazione impietosa, considerato che la pesante sconfitta – per continuare la parafrasi calcistica – tocca al “Bel Paese”, potenzialmente ai vertici dell’attrattività turistica ma, a differenza di altri competitori semplicemente meglio organizzati, privo delle infrastrutture di base e della cultura necessarie.

Un delta gravoso da recuperare, nonostante il nostro Paese possieda tutte le premesse per una facile vittoria di numeri e qualità.

In particolare, l’uso della bicicletta a finalità turistiche non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita, in un contesto di mercato dove molti dei filoni tradizionali sono in esaurimento. Nemmeno il piano redatto dal Comitato di esperti in materia economica e sociale incaricato dal Governo per definire le schede di lavoro dedicate alle ‘Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022’ post Corona virus, collega espressamente il turismo alla bicicletta, considerata invece più genericamente nell’ambito del trasporto locale.

Il tema della mobilità turistica “green” e dell’indotto economico che può generare non è stato ancora percepito come una delle variabili di maggior consistenza per supportare la ripartenza.  

In un tempo più lungo, inoltre, lo sviluppo del settore contribuirebbe utilmente a consolidare un processo di crescita pluriennale, obiettivo quanto mai attuale dato che il turismo tradizionale attraversa una fortissima crisi a causa della pandemia Covid -19.

L’emergenza sanitaria, tra l’altro, induce diffidenza verso il trasporto tradizionale, causa di affollamenti rigorosamente da scongiurare e potrà, presumibilmente, implicare cambiamenti nelle abitudini e nei comportamenti individuali e collettivi. L’obbligo di prenotazione o il contingentamento dei posti introducono infatti nuove rigidità che dovrebbero incoraggiare scelte caratterizzate da una forte autonomia di movimento: è il momento, imperdibile, di introdurre valide alternative all’uso dell’auto propria, gravando sulla già insufficiente e congestionata viabilità.

Il rischio è più evidente per i piccoli centri, spesso veri gioielli che caratterizzano l’Italia, al di fuori dei circuiti più frequentati dal turismo veloce. Sono in particolare questi luoghi, come ad esempio i borghi storici, che potrebbero non reggere afflussi troppo impattanti, scoraggiando la frequentazione proprio di chi vorrebbe rispettosamente usufruire del fascino tranquillo e della testimonianza storica. Il viaggio, affrontato correttamente, può diventare parte integrante di questa esperienza, arricchendola.

Molti degli ingredienti per un successo importante sarebbero a portata di mano.

Per dotazione naturale e storica l’Italia dispone di tutto quello che può essere il meglio a disposizione del turismo in bicicletta. Eppure, con altrettanta scellerata naturalezza abbiamo distrutto e stiamo distruggendo tutto il patrimonio ecologico, enogastronomico e culturale che abbiamo ricevuto, anziché valorizzarlo.

Una cementificazione costante e continua, nessun incentivo vero alla mobilità sostenibile, piste ciclabili solo di nome, il turismo green completamente sconosciuto se non osteggiato dalle amministrazioni, siano esse centrali o locali. Basti pensare alle difficoltà, ben note a chi si muove spesso con la propria bici, per salire su un treno, operazione a volte più faticosa della scalata dello Stelvio nel caso in cui si tratti di un treno veloce, privo anche della pur modesta accessibilità offerta dai mezzi ad uso dei pendolari.

Cosa non funziona, e cosa si può fare per cambiare la tendenza negativa?

Manca innanzitutto la capacità di vedere e di sapere scegliere le variabili di successo, ancor più se innovative, e di supportare progetti capaci di contrastare interessi consolidati e visioni superate e miopi del turismo, a partire dall’attenzione alla tipologia di turisti che si vogliono attrarre.

Di bicicletta, paradossalmente, si parla anche troppo, sovrapponendo usi e finalità diverse e talvolta addirittura in contraddizione gli uni con gli altri, creando una confusione che già in partenza penalizza la categoria di chi ne fa uso e deve convivere con molti fattori, garantendo a tutti la dovuta sicurezza e rispetto reciproco.

Si tratta infatti di diffondere una vera cultura della bicicletta, diffusa omogeneamente tra ciclisti e no, evitando “invasioni di campo” e mal sopportazione reciproca, dettate entrambi da un ineducato uso dei propri mezzi. Un particolare riguardo merita poi chi in bicicletta… pedala, senza con ciò penalizzare chi sceglie comunque le due ruote pur con l’ausilio dell’energia non frutto della propria fatica. Casco, luci e se del caso segnalatori acustici, kit minimale per piccole riparazioni dovrebbero inoltre essere accettate come parte integrante dell’attrezzatura, come per ogni altro veicolo destinato a circolare su strada, così come in generale andrebbe sottolineata l’osservanza della segnaletica e del codice della strada per la sicurezza di tutti.

In questo programma un intervento di sostegno è senz’altro opportuno. Da quanto accennato emerge tuttavia che la soluzione non risiede tuttavia in un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette, che tra l’altro andranno a beneficio di produttori di mezzi d’importazione di bassa gamma e non a favore dell’artigianato italiano di qualità.

Acquistata la bicicletta, infatti, occorre avere le condizioni per poterla utilizzare e, preferibilmente, i due passaggi dovrebbero essere posti in ordine inverso.

Occorre infatti prioritariamente pensare alla base della piramide dello sviluppo e quindi alle autostrade per le due ruote: le ciclovie. Percorsi difesi, dove il cicloturista possa muoversi in sicurezza accompagnato dalla strada stessa verso i diversi luoghi di interesse.

Lo stesso ragionamento vale per favorire lo sviluppo della mobilità urbana in luogo dell’auto o dei mezzi pubblici. Mancano le strade ciclabili sicure che sono quelle che inducono le persone ad un uso costante delle due ruote, prima di disporre un incentivo, episodico – la precedente esperienza del 2009 non ha evidentemente cambiato il mondo della bicicletta -, tra l’altro di non facile e certa modalità di percepimento. Mancano i parcheggi dedicati, la cui assenza porta a un’occupazione disordinata specie degli spazi urbani.

Le ciclovie, vere e proprie arterie di spostamento lungo i principali itinerari turistici ed enogastronomici del nostro Paese, sono l’infrastruttura di base per soddisfare una domanda, attuale e potenziale, interna ed internazionale, tra l’altro richiamando un turismo, per definizione sostenibile, e caratterizzato da grande curiosità per la scoperta di luoghi nuovi e buona capacità di spesa.

Per credere gli esempi non mancano, purtroppo prevalentemente localizzati all’estero. In Italia è utile vedere cosa accade in un qualsiasi giorno estivo lungo un percorso basico come la Dobbiaco-Lienz, con afflusso continuo di famiglie che, peraltro, per rientrare nel nostro Paese utilizzano spesso il servizio ferroviario austriaco.

È evidente che se il turista che sceglie la bicicletta per fare un viaggio lungo il nostro Paese è costretto a percorrere strade trafficate e pericolose, dove è visto come un costante intralcio invece che come portatore stabile di ricchezza, non verrà mai. Portare la famiglia sulle strade italiane è oggi fuori dal pensiero di tutti o quasi. Percorsi dedicati e attrezzati specificamente che colleghino, tra i tanti esempi possibili, il Lago di Garda e la ciclabile dell’Adige con l’Emilia-Romagna, attraversando Bologna verso il sud o verso la costiera adriatica avrebbero un fascino unico, mondiale e non ripetibile in nessun altro luogo al mondo. Sono tanti i progetti in parte già esistenti che oggi andrebbero supportati e realizzati immediatamente, molti altri possono essere avviati e soprattutto concretizzati senza ulteriore ritardo rispetto a ciò che, come già ricordato, si sta facendo in altri luoghi.

Si racconta che Napoleone, in marcia con il suo stato maggiore verso i confini orientali della Francia, ebbe una intuizione. Chiamò i suoi generali e disse: i nostri soldati stanno camminando da ore nella polvere, nel sole e sono in perfetta vista del nemico. Se ci fossero alberi lungo i fianchi delle strade marcerebbero in condizioni molto migliori e renderemmo difficile distinguere le varie divise reggimentali, allora appositamente molto colorate. Uno dei suoi marescialli gli rispose: Generale, ci vorranno almeno 20 anni per avere alberi così alti! Lui esclamò: bene un buon motivo …. per cominciare subito!

E per cominciare subito occorre un Governo del Paese che sappia e voglia perseguire, senza indugi, una strategia vincente, scegliendo tra poche priorità e concentrandosi perché la dispersione di energie, tempo e risorse porta solo a peggiorare anziché a migliorare ciò che si intende cambiare. Anche Regioni e sistema delle autonomie dovranno dimostrarsi capaci di superare i localismi e guardare al turismo come una risorsa, non solo economica, da sostenere e diffondere sull’intero territorio nazionale senza soluzione di continuità.

Occorre inoltre, e in parallelo, un impegno altrettanto serio e mirato da parte degli operatori turistici, che si devono dimostrare in grado di affrontare una competizione forte con proposte innovative di servizi adeguati ed attrattivi. Percorsi ragionati, anche per gli eventuali accompagnatori ‘non pedalanti’, formazione di guide turistiche specializzate, noleggio, assistenza tecnica, accoglienza organizzata e sicura per le biciclette, servizi per il benessere e il ristoro, lavaggio indumenti, spedizione di eventuali souvenir acquistati lungo il tragitto, sono solo alcuni dei molti tasselli da collocare in uno spazio ancora da costruire.

Si tratta di mettere a frutto – e al tempo stesso salvaguardare – quella ricchezza ineguagliabile data dal patrimonio naturale e culturale che, per una volta, pone il nostro Paese in una condizione di potenziale vantaggio rispetto ad altri.

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