“Questo intervento è un intervento di sensazioni e di esperienza personale che però corrobora i dati nuovi che stanno emergendo e che ben conosciamo”.
E’ questo l’incipit di un post del professor Leonardo Becchetti, noto economista italiano, professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Economia e finanza dell’Università di Roma Tor Vergata.
“Il fattore scatenante è nella figura dove vedete come la “piramide demografica” di cui si parlava quando eravamo bambini è diventato un Muffin. La colpa è sempre quella di noi baby boomers che ci portiamo dietro, man mano che avanziamo nell’età, la classe di età più numerosa degli ultimi anni di storia del paese.
Questo significa che nei prossimi 10 anni per ogni 10 baby boomers in pensione entreranno nella forza lavoro solo tre giovani. E questo significa che stiamo passando dall’era della scarsità del lavoro all’era della scarsità dei lavoratori” prosegue il professore nel ragionamento.
Quando ero ragazzo la laurea in lettere era considerata dai nostri genitori sinonimo di disoccupazione sicura (potrai fare solo l’insegnante si diceva). Al career day dell’Università di Macerata c’erano quasi più aziende che studenti (comunque anche molti studenti). Ed erano imprese che spaziavano dal settore manifatturiero (macchine da caffè esportate in tutto il mondo), imprese sociali con mille addetti nel settore socio-sanitario, imprese di counseling e formazione lavoro e ancora molto altro.
Non era così negli anni passati. Questo spiega perché, oltre alla disoccupazione che in poco più di dieci anni è calata dal 13,30% del 2014 al 6% di oggi, con piena occupazione in molte regioni del paese, ci sia crescita di contratti a tempo indeterminato. Le imprese si contendono i pochi giovani sul mercato (e quelli che perdiamo purtroppo per fuga dei cervelli).
Siamo entrati in una nuova era, quella della fine della disoccupazione. Attenzione però all’AI, che sostituisce soprattutto lavoro junior e aumenta a dismisura la competitività di chi ha già competenze ed esperienza che fruttano nella complementarietà con l’AI. Questo meccanismo favorisce i senior invece e spiega perché stanno diventando anche loro molto contesi e ritardano l’uscita dal mercato del lavoro.
Tutto sta cambiando rapidamente e dobbiamo imparare a conoscere la nuova realtà” conclude.








