“Non basterà cambiare candidato; per riaprire la partita, i democratici ora devono cambiare tutto”.
Lo scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera osservando come “la maledizione della violenza politica torni ad allungare la sua ombra sulla democrazia americana; nulla sarà più come prima.
E non solo per la potenza della foto – il volto insanguinato, il pugno chiuso, la bandiera a stelle e strisce – e per quel grido «fight!», combattete, destinato a diventare da qui al 5 novembre lo slogan della campagna di Trump.
L’impatto profondo sulle presidenziali sarà un altro.
Contro Trump, i democratici non devono solo darsi un altro leader (è chiaro che un ottuagenario che confonde Zelensky con Putin non può fare il presidente degli Stati Uniti; se i capi del partito non lo capiscono, glielo faranno capire gli elettori).
Devono darsi anche un’altra strategia.
L’attentato di Butler ha tolto loro la principale arma: sostenere che Trump ucciderebbe la democrazia americana.
Perché d’ora in poi – ricorda l’editorialista – i repubblicani avranno buon gioco a rispondere – come ha già fatto il senatore Vance, non a caso indicato proprio ieri come vicepresidente – che una simile accusa farebbe sembrare legittima l’eliminazione fisica del candidato presidente; quello che stava per accadere in Pennsylvania.
Erano passati pochi minuti dall’attentato e già fiorivano teorie del complotto.
Dal teorema «è stato Trump a organizzarsi da solo questa messinscena» a quello per cui «è stato Biden a tentare di farlo fuori, vedi il flop inspiegabile del Secret Service».
Il virus della dietrologia ha colpito ancora, implacabile.
Per l’attentato a Trump una delle spiegazioni dietro la paranoia è la faziosità politica che segna le due tribù, democratica e repubblicana, soprattutto le ali estreme.
Resta inquietante il paragone tra le nostre società democratiche e i regimi autoritari.
Se chi vive sotto un despota ha ragione di diffidare per principio, perché tanti cittadini di sistemi politici liberi soffrono della stessa sindrome del sospetto permanente?
La dietrologia è una malattia senile di una democrazia decadente, che perde consenso perfino sulle sue regole del gioco fondamentali?”.
Non ci aiuta il nuovo panorama dei media.
Oggi – conclude – i più grandi media americani hanno scelto una vocazione partigiana.
L’avvento dei social ha aggravato il problema”.








