Ci piace guardare alla Francia in questo periodo, scrive sulla Stampa Veronica De Romanis. Ci consente di provare una sorta di sollievo: “stiamo meglio” ci diciamo. E, questo è il primo errore. In un’unione monetaria ciò che accade a un Paese può essere fonte di instabilità per tutti gli altri: la crisi greca lo dimostra. Il contagio finanziario ha trasformato una crisi nazionale in una crisi europea. Anche l’Italia, per molto tempo, è stata considerata “osservato speciale” – a causa delle sue finanze pubbliche che rappresentavano una fonte di potenziale instabilità. Non è più così: dal punto di vista dei conti, siamo considerati stabili. Un risultato rivendicato tutti i giorni dal governo.
E, questo è il secondo errore: la stabilità di bilancio non basta se non è accompagnata dalla crescita. L’ultimo dato pubblicato dall’Istat, quello relativo al periodo aprile-giugno, registra una flessione del nostro Pil pari a 0,1 per cento, mentre la media dell’area dell’euro cresce seppur dello 0,1 per cento. Ma ci sono Paesi che crescono a ritmi ben più sostenuti. Tra questi vi è la Spagna, che segna una variazione del Pil trimestrale dello 0,7 per cento. Per l’anno in corso, la crescita dovrebbe attestarsi al 2,7 per cento; si tratta di una stima cinque volte superiore a quella italiana, prevista fermarsi intorno a un modesto mezzo punto percentuale.
Invece di guardare alla Francia, dovremmo guardare alla Spagna e chiederci quali sono le ragioni della sua performance, considerando che – solo quindici anni fa – era sull’orlo di un default. Il motivo è presto detto: l’aggiustamento dei conti è stato attuato intervenendo anche dal lato della crescita. Così, il sistema economico è stato completamente rinnovato: dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione, dal sistema scolastico a quello universitario.








