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La Brexit non sta funzionando e adesso il Regno Unito si pente | L’intervento

Intervento di Sara Pasino, journalism researcher, Bbc Education.

Alla vigilia del settimo anniversario dal referendum, nel Regno Unito si moltiplica l’utilizzo del neologismo Bregret, dall’unione di Brexit e regret – rimpianto – coniato proprio per indicare i numerosi dubbi che si sono succeduti, e che continuano a tormentare l’opinione pubblica britannica sull’effettivo successo degli accordi tra Unione Europea e Uk.

In prima fila tra gli oppositori della Brexit c’è il sindaco di Londra, Sadiq Khan, rappresentante del partito laburista che in un discorso alla Mansion House lo scorso 12 gennaio ha attaccato la gestione della Brexit da parte del governo conservatore. Khan dice di “non poter più rimanere in silenzio davanti all’immenso danno che la Brexit sta causando”.

In parole povere, “la Brexit non sta funzionando”. Sebbene le cause strutturali dell’innegabile declino economico del Paese non possano essere riconducibili esclusivamente alla Brexit, dal momento che anche la pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno giocato un ruolo cruciale nelle sfide finanziarie britanniche, l’opinione pubblica, e politica, sta diventando sempre più scettica nei confronti della decisione di lasciare l’Unione Europea.

Il 30 dicembre 2020 Boris Johnson ha concretizzato ufficialmente la Brexit assicurando che il Regno Unito sarebbe diventato un Paese “prosperoso, dinamico e conteso”.

Eppure, a distanza di più di due anni, Londra rimane l’unico membro del G7 la cui economia risulta ridotta rispetto ai livelli pre-pandemia e gli investimenti del primo trimestre del 2022 si sono registrati inferiori dell’8% rispetto al 2019.

L’indebolimento della sterlina è stato da subito uno degli effetti più evidenti della Brexit. In molti hanno rintracciato le cause di questo evento nella forza del dollaro, ma l’analista di mercato di Oanda, Craig Erlam, ha sostenuto che la “Brexit ha avuto e continuerà ad avere un effetto negativo sull’economia del Paese e sulla forza della sterlina”.

Una delle ragioni alla base di questo indebolimento è la mancata fiducia delle potenze internazionali nella forza economica del Regno Unito: gli investitori sono sempre più scettici nell’affidarsi ai mercati britannici e questo si riflette anche sul tessuto sociale del Paese.

L’immigrazione era stata uno dei temi caldi della campagna dei politici che volevano lasciare l’Ue, eppure il paradosso della Brexit – che a detta di vari economisti paradosso non è – consiste proprio nel fatto che, a sette anni dal referendum, il Regno Unito registra una delle più gravi carenze di personale negli ambiti della sanità, trasporto e ospitalità.

Nonostante nell’ultimo anno i livelli di immigrazione siano aumentati, anche in seguito alle crisi in Ucraina e Afghanistan, dal 2019 Londra ha perso 460 mila lavoratori europei.

Indicativo è il caos del sistema sanitario nazionale, che ha perso più di 4 mila dottori europei, provocando tempi di attesa prolungati e difficoltà nel gestire i reparti di pronto soccorso.

“Un allineamento con i vicini europei, per svoltare da questa Brexit dura ed estrema a una versione gestibile che sia al servizio della nostra economia e della nostra popolazione”.

Questo l’appello del sindaco di Londra, una metropoli multiculturale che, come le grandi città del Paese, è da sempre contraria all’abbandono del mercato unico.

Nei piccoli centri rurali, invece, è stato il “leave” a vincere. Questo divario è emerso anche nelle due nazioni che hanno votato “remain”.

Prima fra tutti la Scozia, che ora vede movimenti indipendentisti sempre più prominenti, tant’è che la prima ministra Nicola Sturgeon vuole organizzare un nuovo referendum nell’ottobre 2023.

La seconda è l’Irlanda del Nord, che a causa della dogana con Dublino subisce rallentamenti negli approvvigionamenti e riforniture anche di beni di prima necessità. Le sfide non sono quindi solo quelle economiche e finanziarie, ma soprattutto quelle sociali.

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