Il 2025 si è aperto all’insegna del pessimismo: il 72% degli italiani è convinto che il paese stia andando nella direzione sbagliata, oltre uno su tre ritiene che nei prossimi sei mesi la situazione economica peggiorerà (contro il 20% che si attende miglioramenti mentre i restanti, pur valutando negativamente il contesto attuale, non si aspettano miglioramenti) e, spostando lo sguardo ad un orizzonte di tre anni, per la prima volta i pessimisti raggiungono gli ottimisti, laddove in passato i secondi prevalevano sui primi di oltre 20-25 punti.
Gli elementi di preoccupazione sono estremamente variegati: su tutti prevalgono i temi economici, la situazione generale dell’economia (basti pensare all’andamento della produzione industriale) che spesso viene associata ai rischi occupazionali (nonostante la disoccupazione sia in discesa), il possibile aumento del costo della vita (anche in questo caso, nonostante l’impatto dell’inflazione si sia attenuato rispetto agli anni scorsi quando era riesplosa dopo trent’anni di prezzi pressoché stabili). E poi la sanità, la crisi climatica, le guerre in atto e, nella propria zona di residenza, la situazione ambientale e la mobilità che hanno un elevato impatto sulla qualità della vita. Il quadro che emerge evidenzia ragguardevoli differenze in relazione alle condizioni economiche, dato che i ceti più in difficoltà paventano un ulteriore peggioramento delle loro condizioni e l’acuirsi delle diseguaglianze.
Al di là dei dati reali, sono molte le ragioni del diffuso pessimismo: dall’attitudine, molto diffusa in Italia, a dilatare la portata degli allarmi sociali (figlia del prevalere delle percezioni dei fenomeni sulla realtà), alle scarse competenze (conseguenza di un livello di istruzione che ci vede molto indietro rispetto agli altri paesi OCSE); dalla “dieta mediatica” dei cittadini (viene privilegiata un’informazione superficiale, poco approfondita) alla limitatissima conoscenza dei primati e degli aspetti positivi dell’Italia (per esempio, solo uno su cinque è a conoscenza che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa, solo uno su dieci sa che siamo al primo posto per raccolta differenziata dei rifiuti).
Eppure, sebbene in presenza delle differenze di cui sopra, oltre due persone su tre si dichiarano soddisfatte per la loro situazione economica e quattro su cinque della qualità della propria vita. Soddisfazione riconducibile, però, quasi esclusivamente alle relazioni affettive, familiari e a quelle sociali “ristrette”. Tutto ciò porta ad accentuare la divaricazione tra le aspettative di benessere individuale e quelle di benessere collettivo. E forse l’antidoto al pessimismo sta proprio nel trovare un equilibrio tra queste due dimensioni dato che, con l’eccezione delle situazioni di emergenza nelle quali sappiamo dare il meglio di noi stessi con un elevato senso di coesione, prevalgono particolarismi e fratture, laddove ci sarebbe bisogno di un impegno collettivo a favore di un patto sociale che, per definizione, comporta mediazioni, compromessi e rinunce in favore dell’interesse generale. Ma se l’esempio deve venire dall’alto, il timore è che la speranza sia davvero vana.








