“La questione demografica, o meglio del crescente invecchiamento della popolazione a causa della combinazione di bassa fecondità e riduzione della popolazione in età fertile, è ormai al centro dell’agenda politica, almeno a parole”.
Lo scrive Chiara Saraceno sulla Stampa osservando che “una popolazione fortemente squilibrata a favore di chi è in età anziana o grande anziana, modificando il rapporto tra le generazioni e gli equilibri su cui si regge, pone, in effetti, nel medio e lungo periodo problemi di sostenibilità sia economica sia sociale: più spesa per pensioni e sanità, più domanda di cura anche non sanitaria, a fronte di una riduzione della popolazione in età attiva, produttiva, che deve fronteggiare i costi, unita a minore capacità di innovazione.
Problemi enormi, che chiedono di essere affrontati in modo sistemico, nella consapevolezza che alcuni strumenti possono dare frutti solo nel lungo periodo, mentre altri possono essere utili ed efficaci nel periodo medio-breve. Ma che tutti sono necessari.
Al contrario – sottolinea l’editorialista – la politica continua ad affrontare la questione in termini non solo prevalentemente ideologici quando non colpevolizzanti le giovani generazioni, specie le giovani donne, perché fanno troppo pochi figli, come se il problema maggiore non stesse innanzitutto nella scarsità numerica dei giovani a causa delle scelte di fecondità delle generazioni oggi anziane, oltre che nelle difficoltà che le giovani generazioni oggi incontrano per stabilizzarsi nel mercato del lavoro, accedere ad una abitazione, conciliare responsabilità familiari e lavorative, avere fiducia nel proprio futuro e in quello dei loro eventuali figli.
Per sostenere il desiderio di avere figli occorre operare per eliminare questi ostacoli in modo sistematico non per gruppo relazionali.
Ma anche le politiche meno frammentarie e più sistematiche a favore di libere scelte positive di fecondità e di miglioramento delle opportunità dei giovani non bastano a correggere le conseguenze dello squilibrio demografico nel breve-medio periodo.
Occorrono anche politiche migratorie lungimiranti, che favoriscano l’arrivo di giovani già formati o disponibili a formarsi, che rafforzino i processi e strumenti di inclusione, a partire – conclusione -dalla concessione della cittadinanza a chi è nato e/ si è formato qui”.








